domenica 30 ottobre 2016

La fine dei Romanov




1917.org
Il sito della rivoluzione d'Ottobre

La fine dei Romanov

Dopo aver abdicato, il 15 marzo 1917, lo zar Nicola II venne arrestato a Mohilev e sei giorni dopo, per ordine del Soviet di Pietrogrado, trasferito a Zaraskoie Selo, dove tutta la sua famiglia era tenuta sotto stretta sorveglianza.
Lo zar era sospettato di voler concludere, sotto l'influenza della zarina, una pace separata con la Germania e di aver fatto dei passi in tal senso. La denuncia era stata formulata proprio da coloro i quali erano più che decisi a realizzare tale progetto.
Nonostante che Kerenski, nel suo rapporto, avesse bollato come infondate simili accuse, il Governo, per le pressioni dei socialrivoluzionari, decretò la deportazione della famiglia imperiale in Siberia.
Kerenski, quando era già in esilio, giustificò quella misura con il fatto l'Inghilterra aveva rifiutato di concedere l'asilo alla famiglia imperiale ma l'ambasciatore inglese, George Buchanan, lo smentì, affermando che era stato proprio il Governo provvisorio russo a rinunciare al progetto. E' certo però che Giorgio V non fece molti sforzi per accogliere il cugino caduto in disgrazia, forse per la sua fama di sanguinario.
La famiglia imperiale lasciò il palazzo di Tsarskoie-Selo il 13 agosto 1917, accompagnati dalla contessa Hendrikova, dal principe Dolgoruky, dal conte Tatistchev, dalla baronessa di Buxhoevden, dalla lettrice mademoiselle Schneider, dai precettori Gilliard e Gibbs, dai dottori Botkin e Derevenko, dal domestico Volkov, dalla cameriera Demidova, dai valletti Tchemodurov e Sedniev e naturalmente dalla guardia.
Il 17 agosto, il treno imperiale, passato “di buon mattino ad Ekaterinburg”, arrivò alla stazione terminale di Tiumen. Due vapori stavano attendendo i prigionieri ed i loro accompagnatori sulla Tura. Durante la navigazione il 18 agosto Nicola scrisse nel suo diario: "Ieri ho dimenticato di annotare che, prima di pranzo, siamo passati in vista del villaggio di Pokruskoie, il paese di Gregori (Rasputin)".
Per ironia della sorte, colui nel nome del quale, appena pochi mesi prima, tanti infelici erano stati confinati oltre gli Urali, si venne a trovare in mezzo alla sterminata e gelida pianura della Siberia, immensa prigione della più potente autocrazia del mondo.
Domenica 20 agosto Nicola con la sua famiglia giunsero a Tolbosk ove furono sistemati nella casa del governatore. La vita si era presto organizzata, regolata dai pasti, dagli studi dei principi, dal giardinaggio, dalle messe in chiesa e la sera dalle partite di bridge, da qualche lettura, dal cucito e dal ricamo per le signore.
Durante il soggiorno i fedeli monarchici fecero qualche tentativo di liberare i prigionieri ma i loro progetti, che difettavano di decisione, di organizzazione e del necessario segreto, rimasero senza seguito.
Durante la vita del governo provvisorio di Kerenski la prigionia dei Romanov fu mite o almeno sopportabile. Le loro condizioni però peggiorarono assai, dopo l'avvento al potere dei bolscevichi. Essi dovettero sopportare ogni umiliazione ed privazione.
Ai primi di gennaio del 1918 un dispaccio da Mosca ordinò che alla famiglia imperiale fosse assegnata la stessa razione dei soldati; tuttavia non fu la riduzione dei viveri a turbare Nicola II ma il trattato di pace di Brest-Litowsk (firmato il 3 marzo 1918) con il quale la Russia rinunciava alla Livonia, alla Curlandia, alla Lituania, all'Estonia, alla Polonia e riconosceva l'autonomia della Finlandia e dell'Ucraina. Nella primavera del 1918, i bolscevichi giudicarono Tobolsk troppo esposta ad un colpo di mano delle forze antisovietiche ed assegnarono una nuova residenza ai prigionieri.
Il 24 aprile Vassili Vassilievitch Yacovlev, un commissario inviato dal capo del Governo, Sverdlov, comunicò a Nicola l'ordine di partire per Mosca con suo figlio. Ma Alessio era a letto infermo e Yacovlev decise allora di condurre con sé il solo Nicola, ma la ex zarina pretese ed ottenne di seguire il marito e di essere accompagnata dalla figlia Maria, dal principe Dolgoruky, dal dottor Botkin, dalla cameriera Demidova e dai valletti Tchemodurov e Sedniev.
La comitiva arrivò a Tiumen il 27 dello stesso mese. Il soviet di Ekaterinburg, che in quello stesso giorno aveva decretato la sentenza di morte per i Romanov, fece bloccare la strada per impedire a Yacovlev di portar via i prigionieri e la stessa cosa successe a Omsk. Yacovlev ebbe allora l'ordine di recarsi ad Ekaterinburg, sulle falde orientali degli Urali Metalliferi, quasi al confine tra la Russia europea e la Siberia, ove arrivarono il 30 aprile. Gli altri figli dello zar ed il loro seguito giunsero a Ekaterinburg il 23 maggio. La contessa Hendrikova, la baronessa di Buxhoevden, il conte Tatistchev, mademoiselle Schneider, il domestico Volkov seguirono il principe Dolgoruky nella prigione della città, mentre i precettori Gilliard e Gibbs ed il dottor Derevenko furono lasciati liberi.
Nicola II e la sua famiglia furono rinchiusi in un modesto edificio requisito a un anonimo commerciante, un certo Ipatief.
Nella casa-prigione non vi erano abbastanza letti e le ragazze furono costrette a dormire in terra mentre nella seconda camera a disposizione furono sistemati Nicola con sua moglie ed Alessio, intimi e domestici alloggiati con le guardie.
I cibi erano scarsi e pessimi, la sorveglianza strettissima, le giovani venivano beffeggiate e fatte oggetto di lazzi e di allusioni pesanti da parte dei carcerieri, le passeggiate ridotte ogni giorno di più.
A fare loro la guardia furono scelti a turno una cinquantina di lavoratori delle fabbriche e delle miniere locali con il compito di sorvegliare la casa all'interno e all'esterno.
A poco a poco il confino imperiale assunse i tratti più cupi della prigionia. Attorno all'ingresso della casa fu eretta un'alta palizzata, oscurate le finestre. I prigionieri furono obbligati a vivere al primo piano, con una sola entrata rivolta all'interno. Essi ricevettero le tessere annonarie e dovettero accontentarsi di razioni uguali a quelle distribuite ai soldati ed arrangiarsi a coltivare, come i più poveri contadini russi, qualche verdura nell'orto ed a tagliarsi la legna per scaldarsi.
Il timore della liberazione della famiglia imperiale da parte delle forze bianche controrivoluzionarie, guidate da generali fedeli allo zar, che si proponevano il ritorno dei Romanov al potere e l’annientamento della rivoluzione bolscevica, oramai vicine ad Ekaterinburg, indusse il soviet degli Urali a procedere alla loro eliminazione.
Doveva essere però evitata un'esecuzione clamorosa per via delle reazioni che avrebbe potuto provocare: così ad un procedimento pubblico, sul genere di quelli di cui rimasero vittime Luigi XVI e Maria Antonietta, i bolscevichi preferirono l'eccidio segreto, affidandone l'esecuzione al comandante Jakov Jurovskij, da pochi giorni capo-carceriere di Casa Ipatief.
Insieme con Jurovskij erano giunti a Ekaterinburg alcuni suoi compagni, altri furono scelti fra le Guardie Rosse precedentemente addette alla severa sorveglianza dei prigionieri.
Si cominciò col predisporre opportunamente, ad una certa distanza da Casa Ipatief, il pozzo di una miniera abbandonata, impedendo ai contadini delle fattorie circostanti - con la scusa di alcune esercitazioni militari pericolose - di assistere ai lavori.
Venuta la notte del 16 luglio, l'ultima notte dei condannati, Jurovskij salì al primo piano dove dormivano gli ignari reclusi, invitandoli a scendere a terreno perché - disse loro - si temeva un assalto delle truppe cecoslovacche.
Nicola e i suoi si alzarono e si vestirono in poco tempo. Undici persone uscirono dalle proprie camere. Lo zar portava in braccio il figlio Alessio.
Nel frattempo, Jurovskij fece avvertire le Guardie Rosse di sentinella all'esterno dell'edificio di non preoccuparsi quand'anche avessero sentito dall'interno alcuni colpi d' armi da fuoco.
Intorno all'una del 17 luglio, i condannati si ritrovarono riuniti in una stanza del seminterrato.
Jurovskij fece portare tre sedie sulle quali sedettero Nicola, Alice ed il piccolo Alessio, mentre le principessine rimasero in piedi. Faceva parte del gruppo il dottor Botkin, medico dello zarevitch, il cuoco Ivan Karitonov, la cameriera Anna Demidova, il cameriere Alessio Trupp.
Tratto un foglio, Jurovskij richiamò con un cenno l'attenzione di tutti e lesse testualmente: "Nicola Alexandrovic, per decisione del soviet regionale degli Urali siete stato condannato a morte".
Nicola ebbe appena il tempo di mormorare, sbigottito, un "come" che venne immediatamente centrato da un colpo di pistola alla testa. Ne seguì una pioggia di fuoco che travolse la famiglia imperiale ed i servitori al seguito; la zarina Alessandra Fedornova fece appena in tempo a farsi il segno della croce prima di cadere. Morirono subito la zarina, la figlia Maria, il cameriere, il cuoco e la dama di compagnia. Il dottor Boklin, il piccolo Alessio e tre delle sue sorelle, Tatiana, Olga e Anastasia furono finiti a colpi di baionetta. Il sangue era schizzato dappertutto, imbrattando pavimento e pareti.
Pochi minuti bastarono perché la strage si concludesse, ma lo strazio orrendo dei corpi non era finito ancora.
Denudate ed avvolte in semplici drappi, le salme lasciarono il loro ultimo rifugio sopra un autocarro e vennero trasportate nel bosco dove si tentò inutilmente di bruciarle, poichè la legna bagnata non prese fuoco. I loro carnefici decisero, dopo averle orribilmente mutilate e sfigurate con l’acido per renderle irriconoscibili, di gettarle nel pozzo di una miniera abbandonata, ma anche in questo caso qualcosa andò storto, visto che l’acqua arrivava a coprirle solo fino alla metà.
I poveri resti vennero quindi di nuovo caricati sull'autocarro che, poco più tardi, rimase impantanato nel fango. Fu quindi deciso di seppellirli in una fossa comune coperta da traversine di legno nei pressi di Ekaterinburg.
Lo stesso giorno del massacro, poche righe di un innocuo telegramma, inviato a Mosca dal presidente del Soviet degli Urali, Beloborodov, avente come destinatario, il segretario del consiglio dei commissari del popolo Gorbunov, ebbero l’effetto di cambiare per sempre la storia della Russia, aggiungendo una drammatica pagina di morte e violenza ad un paese già sconvolto dalla spaventosa guerra civile.
Esso recitava testualmente: "Dite Sverdlov famiglia subìto destino del capo. Ufficialmente famiglia morirà in evacuazione". Il testo annunciava drammaticamente lo sterminio dello zar, della moglie Alessandra, dei figli Alessio, Olga, Tatiana, Maria e Anastasia.
Il giorno seguente all'esecuzione, il presidente del comitato centrale del Soviet, Sverdlov, intervenendo dinanzi al comitato centrale, su invito dello stesso Lenin, annunciò: "devo dirvi che abbiamo ricevuto notizia che a Ekaterinburg, per decisione del Soviet regionale, è stato fucilato Nicola II. Voleva fuggire. I cecoslovacchi si avvicinavano. Il presidium del comitato esecutivo centrale panrusso ha deciso di approvare".
La scoperta e l'individuazione dei corpi dei Romanov avvenne sul finire degli anni settanta e resa pubblica solo nel 1989. I loro resti riposano a S. Pietroburgo, nella chiesa di Pietro e Paolo.

http://www.1917.org/1917r.html

venerdì 28 ottobre 2016

Menhir , Dolmen & Co.


Premessa : Gran parte degli articoli pubblicati sul Fortunadrago.it necessitano di una conoscenza introduttiva a quella che è nota come : “La Legge del Ritmo” di Pier Luigi Ighina.

Tratto da Wikipedia : Un megalito è una grande pietra, o gruppo di pietre, usato per costruire una struttura o un monumento senza l’uso di leganti come calce o cemento. Il termine megalito proviene dall’unione di due parole del greco antico: megas (grande) e lithos (pietra).

I megaliti presentano forme e strutture diverse, anche se si possono individuare alcune tipologie fondamentali. Un esempio è rappresentato dal menhir, un masso grezzo o appena sbozzato, conficcato nel terreno.

La prima descrizione di un megalito (Carnac) si deve al Conte di Caylus, nel XVIII secolo. Legrand d’Aussy introdusse i termini Menhir (dal bretone men e hir “lunga pietra”) e Dolmen (t(d) aol (forse apparentato con il latino tabula), tavolo pietra).

Menhir , la sua funzione :

Se consideriamo la legge del ritmo di pier Luigi Ighina , è quella di favorire l’ascesa al cielo dell’energia terrestre negativa (di colore blu , fredda , opaca , mono-magnetica di polarità del “Sud”) convogliandola su tutta la lunghezza del blocco unico di pietra , esattamente come un conduttore e disperdendola tramite il Potere delle punte.

Dolmen , la sua funzione :

Diversamente da un Menhir , la funzione del Dolmen è quella di caricarsi di energia negativa convogliata dai Menhir su cui poggia , ed una volta satura d’energia negativa , avverrà l’inversione in positiva solare (di colore giallo , calda , luminosa , mono-magnetica di polarità del “Nord”) specializzata nella penetrazione del sottosuolo.

Dolmen
Essendo energia mono-magnetica , attirerà ad essa quantità sempre crescenti di energia mono-magnetica negativa (congestionata nelle profondità del pianeta e fonte di Terremoti).

Video:
http://www.dailymotion.com/video/xyoqdh_menhin-dolmens-megaliths-compilation_creation
Menhin, Dolmens megaliths compilation di derekwillstar

Seguono le descrizione ed i collegamenti ad altre strutture megalitiche :

Tomba dei Giganti (Sardegna , Italia)
Attenzione per navigare nel sito fare riferimento alla SITEMAP
Video di “neroargento.com” sulla tomba dei giganti di Coddu Vecchiu – Arzachena (OT) – Sardegna (Italia) https://youtu.be/ZT7HxXc4mfw

Studio e considerazioni sulla Tomba dei Giganti

Foto
Coddu Vecchju(1) Coddu Vecchju(2)
Coddu Vecchju interno camera funeraria (3)
Video di Coddu Vecchju dal sito neroargento.com3 di 5


Teoria sulle Tombe dei Giganti https://www.scribd.com/document/26357591/Tomba-dei-Giganti
La teoria che sostengo è che le Tombe dei Giganti siano degli amplificatorienergetici per risonanza, gli antichi che l'hanno realizzata conoscevano bene le energie magnetiche della Terra e sapevano come servirsene.Secondo la legge del ritmo elaborata da Pier Luigi Ighina ho teorizzato cheil corpo del corridoio funebre (7) sia stato realizzato e costruito in modo darealizzare nei fatti una spirale (come quella d'una conchiglia).La posizione della spirale che realizza la costruzione consente diraccogliere l'energia magnetica solare positiva (asiatico Yang o monopoli positivi +) che viene direzionata tramite la doppia ala di 7 stele (parabola)(4) verso il suo centro o punto di fuoco dov'è posizionato il menhir (3).Il menhir a sua volta si satura d'energia positiva che subisce una inversionee riflessione si trasforma cioè in energia negativa terrestre (asiatico Yin omonopoli negativi -).Quest'energia riflessa e d'inversa direzione s'incunea nel buco della stelecentrale (5) (vedi foto n.2) ed arriva a colpire il dolmen (8) situato allafine del corridoio funebre.Il dolmen a sua volta dovrebbe saturarsi e l'energia subire un'ulterioreinversione e riflessione questa volta tornando come energia positivachiudendo il processo d'amplificazione/risonanza.Possiamo concludere che :Se si ci posiziona ad esempio davanti al menhir (3) si viene investiti principalmente da energia solare positiva (Yang) calda.4 di 5

 Se si ci posiziona davanti la stele centrale l'energia vitale viene equilibratadallo scambio delle due energie.Se si ci posiziona davanti al dolmen (8) si viene investiti principalmente daenergia terrestre negativa (Yin) fredda.Sembra inoltre che questo gioco di rimpallo tipo “ping – pong” tra saturazione e riflessione sia l'unico modo per ottenere naturalmenteun'amplificazione dell'energia del ritmo sole (+) / terra (-) (Yang/Yin). Napoli, 03/febbraio/2010Autore:Domenico

DatiFonti:http://www.reikinet.ihttp://www.uomoterra.it/http://ighina.66ghz.com/http://it.wikipedia.org/wiki/Tombe_dei_gigantihttp://www.neroargento.com/page_main/tombe.htmRingraziamenti:Si ringrazia il Sig.Alberto Tavanti per i consigli, la pazienza ed attenzionededicatomi.Dichiarazione:

E' possibile copiare, duplicare e diffondere il presente documento. https://www.scribd.com/document/26357591/Tomba-dei-Giganti 

Fonte:
http://www.fortunadrago.it/2522/menhir-dolmen-co/

giovedì 27 ottobre 2016

La GHIANDOLA PINEALE come ''sincronizzatore dei ritmi''





Secondo gli studi storici eseguiti dal neutoanatomista J. Ariens Kappers, (1979), la ghiandola pineale fu scoperta più di 2300 anni fa da Herophilus (325-280 a.C.) un anatomico alessandrino, il quale riteneva che essa controllasse il flusso della memoria.La letteratura indiana antica presenta numerosi riferimenti alla pineale come organo di chiaroveggenza o di meditazione, che permetteva all'uomo di ricordare le sue vite precedenti. Per i buddisti, quest'organo costituisce il "terzo occhio" che, se aperto, penetra nelle dimore di cose ineffabili. Finché il terzo occhio dorme l'adepto rimane inconsapevole dell'ineffabile. Sono tuttavia descritte molte tecniche per permettere agli aspiranti di "aprirlo", una di queste è la meditazione. Questo terzo occhio è stato anche ampiamente rappresentato nelle opere di arte sacra orientale dove accade frequentemente di incontrare delle figure umane dotate di un occhio che si apre al centro della fronte. Il segno indù delle caste si trova in un punto scelto comunemente per simbolizzare l'"occhio", e anche il colore utilizzato rappresenta lo spazio di sviluppo spirituale. L'epifisi assume un ruolo importante anche nella visione energetica dei sette chakra dell'uomo. Gli studi classici della medicina greco - romana considerano l'epifisi una struttura capace di materializzare e guidare il fluido del pensiero dal terzo al quarto ventricolo cerebrale, attraverso, cioè, quel sistema di canalicoli e cisterne nei quali fluisce il liquido cefalo - rachidiano. Galeno, medico del II secolo a.C., considerò la pineale come una struttura simile alle ghiandole linfatiche. Questa interpretazione venne accettata nella cultura occidentale per molti secoli, finché in epoca rinascimentale, qualcuno non tornò ad occuparsi di ghiandola pineale. Nel 1640, Descartes definisce l'epifisi come "la sede dell'anima" e anello di congiunzione tra res cogitans e res extensa, postulando anche l'esistenza di una connessione occhio - epifisi - muscolo e attribuendo così, intuitivamente, un significato funzionale all'epifisi come mediatore degli effetti della luce sull'apparato muscolare. Questa piccola struttura cerebrale era quindi in grado di trasformare un immateriale pensiero in un'azione e di risolvere in questo modo, molti problemi alla costruzione filosofica cartesiana.






In seguito, sotto l'influenza del pensiero cartesiano, molti studiosi del XVII e XVIII secolo associano la pineale e le sue calcificazioni alla pazzia e alla patologia psichiatrica in genere. Da allora la pineale resta sostanzialmente nell'oblio e l'aggettivo "vestigiale" è quello più frequentemente applicato a questa ghiandola. Tuttavia recenti ricerche psiconeuroendocrinoimmunologiche hanno riportato l'attenzione sull'epifisi. Le attuali conoscenze neurofisiologiche evidenziano come la pineale non sia semplicemente una ghiandola, ma, come la midollare del surrene, un trasduttore neuroendocrino: converte infatti un input nervoso, u~n neurotrasmettitore, in un output ormonale che va in circolo. L'input nervoso è la noradrenalina, rilasciata dai nervi ortosimpatici postgangliari, l'output ormonale è in primo luogo la melatonina. la sua sintesi della serotonina è catalizata da due enzimi (n - acetil - transferasi , SNAT, e idrossindol - O - metil transferasi o HIOMT) che sono caratteristici della pineale. I pinealociti sintetizzano esso stessi la serotonina dal triptofano aminoacido essenziale, tramite la stessa via utilizzata nei neuroni.


La sintesi e la secrezione di melatonina sono regolate dalla percezione della luce: è interessante osservare che la pineale deriva da un organo fotorecettoriale, funzionalmente "un terzo occhio", presente in alcune specie di rettili ed anfibi. La pineale dei mammiferi non risponde però direttamente alla luce, ma l'impulso luminoso, raccolto dalla retina, giunge al nucleo soprachiasmatico, regione coinvolta nella genesi dei ritmi biologici; di qui l'informazione passa all'ipotalamo laterale da cui si dipartono le fibre efferenti dirette al midollo toracico dove originano le fibre che terminano nei neuroni pregangliari del nucleo cervicale superiore che proiettano alla pineale. La luce quindi determina il ritmo circadiano e circannuale della melatonina, la cui secrezione è massima di notte e minima di giorno (il picco massimo si situa intorno alle 02,00 di notte).

La pineale riceve però anche informazioni direttamente dal SNC tramite fibre nervose che collegano l'abenula, la commisura posteriore, i nuclei paraventricolari con il peduncolo e il parenchima epifisario. D'altra parte esistono dei recettori specifici per la melatonina nel SNC, in particolare nel nucleo soprachiasmatico ipotalamico che rappresenta un centro di primaria importanza cronobiologica. Anche le influenze ormonali sembrano giocare un ruolo importante nella fisiologia epifisaria, ed esistono sicure relazioni tra pineale e altri sistemi endocrini, in particolare le gonadi. Oltre alla luce, anche i campi elettromagnetici influenzano l'attività della pineale, la quale sembra essere un mediatore fondamentale degli effetti sistemici di questi campi sui sistemi biologici. La pineale si presenta quindi come un fondamentale detector di alcune variabili ambientali, in grado di trasferire le informazioni dall'ecosistema esterno a quello interno, permettendo così la sincronizzazione fra ritmi ambientali e ritmi biologici dell'organismo. Quest'organo ricopre infatti un ruolo centrale nell'organizzazione cronobiologica del nostro organismo, consentendo ad esso di adattarsi in modo ottimale alle variazioni temporali ambientali.


L'azione dei secreti pineali, in gran parte ancora ignota, si esplica sul sistema endocrino immunitario e nervoso in modo estremamente complesso. I prodotti epifisari meglio conosciuti (melatonina e betacarboline) sono delle molecole a struttura chimica indolica, come la serotonina. Questo tipo di anello strutturale è presente in tutte quelle molecole che a livello animale e vegetale mediano il rapporto esterno - interno in modo sincronizzato. La melatonina, oltre ad un effetto antigonadotropo, evidente soprattutto negli animali, presenta una attività immunostimolante e antagonizzante gli effetti immunodepressivi di stress. Tratteremo a questo proposito soprattutto della melatonina, ma sarebbe un errore identificare la pineale con questo ormone. Infatti, l'epifisi è sede di produzione di molte altre molecole, come le beta-carboline, la cui funzione è attualmente in gran parte sconosciuta.





Recenti osservazioni depongono per un ruolo immunomodulatore della pineale in senso stimolante e antagonista nei confronti dello stress, tramite l'azione della melatonina su cellule immunocompetenti e con la mediazione degli oppioidi endogeni. Oltre ad un'azione immunomodulatrice, gli indoli (in particolare le beta-carboline e i serotoninergici) influenzano gli stati di coscienza, controllando in particolare il ritmo veglia/sonno e l'attività onirica. Le beta-carboline, in modo specifico, sono implicate nella produzione dei sogni notturni e possono forse spiegare il fisiologico ritmo di alternanza della dominanza emisferica cerebrale della durata di circa 20 minuti. Durante la predominanza dell'emisfero destro si attiva la sfera affettiva, emozionale e creativa con una più o meno spiccata estraniazione dall'ambiente esterno. In questi momenti ci sorprendiamo a sognare ad occhi aperti o a commettere lapsus verbali o errori nel nostro lavoro. Nella fase di predominanza emisferica sinistra è invece la nostra parte logico - razionale e analitica ad essere più attiva.


L'andamento bilanciato e armonicamente fasico di questi diversi stati di coscienza è alla base di un buon equilibrio psicosomatico, perché ì meccanismi che controllano questa altalena della coscienza sono gli stessi che modulano l'attività neuroendocrinoimmunitaria del soggetto. Non deve quindi stupire che uno degli strumenti terapeutici più utilizzati in diverse medicine tradizionali, sia costituito proprio da sostanze contenenti indoli. E' per esempio il caso dello sciamano dell'Amazzonia che usa l'ayahuasca, una liana ricca di beta-carboline e con proprietà allucinogene, per indurre uno stato di coscienza fortemente alterato e condurre cosi alla catarsi e alla guarigione. Ciò che fa lo sciamano è indurre, con tecniche comunicative che creano lo specifico contesto emozionale e con l'assunzione e la somministrazione di indoli, una "tempesta psicobiologica" riomeostatizzante per un meccanismo di tipo psiconeuroendocrinoimmunologico. L'azione dell'allucinogeno, per un meccanismo serotoninergico, si esplica inoltre a livello del rafe mesencefalico e dell'attività epifisaria, con una conseguente modulazione cronobiologica dell'orologio endogeno.


In questo senso la pineale rappresenta un fondamentale centro di sincronizzazione dei ritmi dell'organismo ai ritmi ambientali, tramite un'azione su diversi sistemi, fra cui come abbiamo detto, quello immunitario. La regolare cadenza dei singoli bioritmi e il loro sincronismo rappresentano una delle condizioni essenziali per un adeguato funzionamento dell'essere vivente. Infatti, la caratteristica essenziale dei ritmi biologici di alternare periodi di riposo a periodi di attività funzionale permette di mantenere i vari distretti a un livello ottimale di funzionamento. E' dunque evidente che ogni fattore che interferisce col normale svolgersi dei complessi cicli bioritmici dell'organismo, non solo altera una normale sequenza adattativa e difensiva, ma favorisce la formazione dei precursori della malattia somatica. E' un dato di fatto che vari bioritmi fondamentali risultano alterati in numerose malattie considerate come psicosomatiche quali l'asma .bronchiale, l'ipertensione essenziale, l'ulcera gastroduodenale, le malattie coronariche, ed altre.


Inoltre, alcuni importanti bioritmi psiconeuroendrocrini, fra cui lo stesso ritmo della melatonina, sono profondamente modificati nei disturbi dell'umore (per intenderci: nelle sindromi depressive). In queste situazioni l'alterazione cronobiologica è qualcosa di più di un mero epifenomeno, sembra cioè rivestire un ruolo causale nell'insorgenza del quadro psicopatologico; a conferma di ciò stanno le recenti acquisizioni terapeutiche che svolgono la loro azione proprio agendo sui bioritmi (la fototerapia). Inoltre, anche molti farmaci antidepressivi, dal litio alla clorgilina e imipramina, hanno dei rilevanti effetti sull'andamento dei bioritmi. E' quindi evidente come la modificazione della normale oscillazione ritmica dei diversi parametri fisiologici si associ all'insorgenza di situazioni patologiche. Ma quali sono le principali cause di disorganizzazione bioritmica?In primo luogo la causa della desincronizzazione può essere endogena, e sembra essere il caso, ad esempio, di alcuni disturbi psichiatrici come la depressione endogena.


In secondo luogo, possono essere causa di alterazioni cronobiologiche gli eventi psicosociali, lo stress, le alterazioni di parametri ambientali. Mentre nelle società contadine ad economia agricola i ritmi del lavoro, dell'alimentazione e del riposo attività tendevano ad essere sincroni con i ritmi biologici e con il variare periodico degli eventi naturali, la rivoluzione industriale ha progressivamente modificato questa situazione. La moderna società urbana industriale ha infatti sempre più imposto i propri ritmi, legati a esigenze di tipo economico e tecnologico, sui ritmi biologici individuali e di gruppo. Così il progressivo aumento di attività lavorative legate ai turni notturni, i rapidi spostamenti attraverso i fusi orari che avvengono nei viaggi aerei, ma soprattutto l'induzione di ritmi comportamentali uguali per tutti e vincolati a necessità produttive ha portato a sincronismi artificiali con serie conseguenze sul piano psicosomatico infatti i ritmi comportamentali e i ritmi biologici sono fra loro armonicamente collegati per un migliore adattamento dell'individuo alle richieste dell'ambiente.





La situazione ottimale di minor rischio psicosomatico viene dunque raggiunta quando due serie di ritmi sono in fase perfetta fra di loro e il comportamento riceve esattamente il supporto biologico di cui ha bisogno in quel momento. Però quando per l'azione di determinanti psicosociali, i bioritmi comportamentali - emozionali vengono forzati in direzioni diverse da quelle dei loro ritmi biologici di supporto, si crea una dissociazione fra programmi biologici e comportamenti che è una delle principali condizioni per la formazione dei precursori della malattia. Nella attuale organizzazione urbano - industriale inoltre i ritmi comportamentali dell'attività, della sessualità e riproduzione, dell'alimentazione sono scarsamente sincronizzati con i ritmi biologici che ad essi sottendono e sono per lo più fissi nel tempo in contrasto con il variare ciclico delle determinanti fisiche ambientali quali il variare delle stagioni. E' come se vivessimo a livello emozionale - comportamentale in un limbo metacronologico, dissociato di ritmi ambientali. Per quanto riguarda lo stress, 1'organizzazione cronobiologica sembra essere molto protetta da alterazioni indotte dallo stress. Ciò conferma come quest'ultimo sia una reazione biologico - comportamentale utile e necessaria per la vita e, d'altra parte, comunque la stabilità e la regolarità dei bioritmi sia importante per la sopravvivenza dell'individuo, e della specie.


Tuttavia le situazioni di stress acuto strettamente intenso oppure cronico producono nell'individuo delle alterazioni cronobiologiche associate all'insorgenza di disturbi psicopatologici e psicosomatici. Quale ruolo ha la pineale in questo processo di insorgenza della malattia da desincronizzazione? La ricerca in questo settore è tutt'altro che conclusa, tuttavia se pensiamo da un lato alla funzione cronobiologica della pineale e dall'altro all'attività che la melatonina e le beta-carboline svolgono sul sistema neuroendocrino e sul sistema immunitario, la pineale diventa in modo evidente un possibile mediatore degli effetti patologici della desincronizzazione. A questo proposito si sta aprendo strada il concetto che la pineale possa svolgere un ruolo di "regolatore dei regolatori" nell'organismo animale, venendo a configurarsi come mediatore ambiente - individuo e come modulatore teso a mantenere l'omeostasi contrastando tutto ciò che minaccia di comprometterlo.

Non solo, quindi, un "ormone antistress", ma più generalmente un modulatore omeostatico che antagonizza gli effetti dello stress quando questo Si presenta come una "inhibiction de l'action" (inibizione dell'azione) in senso laboritiano ed è quindi pericoloso per la sopravvivenza dell'individuo. Occorre infine ricordare che la pineale è sensibile alle variazioni dei campi elettromagnetici ambientali e possiede quindi le. caratteristiche di "terzo occhio" che nel passato alcuni pensatori gli hanno intuitivamente attribuito; é, quindi affascinante utilizzare come ipotesi di lavoro la possibilità che questo organo funga da antenna per le cosiddette energie "sottili" che ci giungono dall'ecosistema esterno. Lo studio della ghiandola pineale e dei suoi secreti è quindi un chiaro esempio di ricerca olistica, in quanto deve considerare l'oggetto di ricerca non più isolatamente e non soltanto come facente parte di un organismo più complesso, ma deve tenere conto anche dell'ecosistema in cui questo organismo. si trova. D'altra parte per questo studio è necessario un approccio transdisciplinare che si arricchisca dell'interazione tra i diversi approcci al problema, e che deve saper comprendere e parlare sia il linguaggio del biochimico che quello dell'antropologo, sia quello del fisico che quello dello sciamano.Questa prospettiva transdisciplinare, interattiva e complessa, è quella che nell'attuale paradigma scientifico può farsi crogiolo di nuove conoscenze, in quanto capace di utilizzare, oltre al microscopio, anche il macroscopio e percepire così non solo le cose, ma anche le relazioni fra le cose.

http://ghiandolapineale.blogspot.it/2012/01/la-ghiandola-pineale-come.html

martedì 25 ottobre 2016

MITOLOGIA NORRENA, PARTE SECONDA: I NOVE MONDI.



Yggdrasil, chiamato anche “frassino del mondo”, è il più grande e bello tra gli alberi. La sua chioma supera il più alto dei cieli, tanto che è impossibile scorgerne la fine, e il suo tronco è collegato alla casa degli uomini, la Terra di Mezzo, per mezzo di Bifrost, il ponte dell’arcobaleno.

Yggdrasil è il simbolo sempreverde del bene e del male e dell’eterno scorrere della vita, possente metafora vegetale che unisce il cielo e la terra in un destino ineluttabile. Si erge al centro dell’Universo sorreggendo i nove mondi del cosmo spirituale norreno, patrie dei vari esseri nati dal sacrificio di Ymir:


Asgardh, il mondo degli Dèi Asi;


Vanaheim, il mondo degli Dèi Vani;


Alfheim, il mondo degli elfi;


Midhgard, il mondo degli uomini, connesso ad Asgardh tramite Bifrost, il ponte dell’arcobaleno;


Jotunheim, il mondo dei giganti (chiamato anche Utgard);


Nifleheim, il mondo primordiale di ghiaccio;


Svartalfheim, il mondo dei nani;


Muspellsheim, il mondo primordiale del fuoco;


Hel, il mondo dei morti e della loro sovrana Hel da cui prende il nome.

Yggdrasil è sorretto da tre enormi radici, da ognuna delle quali sgorga una fonte.

La prima radice è ad Asgardh, dimora degli Dèi. Qui si trova anche la fonte di Udhr, luogo degli incontri degli Dèi, dove vivono le Nornir, le tre divinità che stabiliscono il destino degli Dèi e degli uomini, i cui nomi simbolizzano le varie fasi del tempo: passato, presente e futuro. Esse trascorrono le giornate intagliando rune su tavolette di legno e, come le Parche della mitologia greca, tessendo la trama della vita di uomini e Dèi. Sono loro a innaffiare Yggdrasil con l’acqua della sorgente miracolosa per mantenerlo in vita.

La seconda radice scende nello Jotunheim, la terra dei giganti, e vicino ad essa si trova la fonte di Mimir, che conferisce a coloro che ne bevono l’acqua grande conoscenza e saggezza. L’accesso alla fonte è però proibito dal suo saggio custode, il Dio Mimir. Egli concesse a Odino di abbeverarsi alla fonte della sapienza, ma a caro prezzo: il padre degli Dèi dovette infatti sacrificare un suo occhio, lasciato come pegno.

La terza radice attraversa il Nifleheim, il mondo primordiale di ghiaccio, e il regno dei morti, per raggiungere infine il pozzo Hvergelmir. Qui la radice è perennemente tormentata da serpenti, incarnazioni striscianti delle forze del male, che mordono e avvelenano le ramificazioni del frassino.

Oltre agli abitanti dei Nove Mondi l’albero offre riparo a molti esseri, che lo proteggono, che ne traggono vita, o che lo minacciano.

Sulla sommità si trova un’aquila gigantesca, depositaria di antichissimi segreti, il cui battito di ali origina i venti che spazzavano il mondo degli uomini. L’Aquila sorveglia costantemente l’orizzonte, per avvisare gli Dèi del sopraggiungere dei loro nemici. Tra i rami vivono poi quattro cervi, che ne mangiano i germogli fino a danneggiare la corteccia. Tra le sue radici si annida infine il serpente Nidhogg, in perenne combattimento con l’Aquila. Messaggero delle schermaglie tra i due animali è lo scoiattolo Ratatoskr, che corre su e giù lungo il tronco del frassino riferendo gli insulti che si scambiano tra loro: la lotta tra l’aquila e il serpente rappresenta l’eterno combattimento tra luce e tenebre, tra saggezza e ignoranza.

A causa di tutte queste creature che vivono tra le sue radici e rami, Yggdrasil seccherebbe e marcirebbe, se le Nornir non versassero ogni giorno acqua dalla sorgente di Urdhr sul tronco e sui rami dell’albero.

Sulla cima di Yggdrasil riposa inoltre Víðópnir, il gallo cui canto annuncerà il Ragnarok, la fine del mondo. Quando ciò avverrà, Yggdrasil annuncerà con il suo tremolio, fonte di spaventosi cataclismi, che la fine dei tempi è arrivata.

È utile sottolineare che, nella mitologia norrena, la divisione tra caos e cosmo è spesso vista come una contrapposizione tra Innangard, ciò che è ordinato, civile e rispettoso della legge, e lo Utangard, ciò che è selvaggio e senza regole.

Midhgard, il regno di mezzo, mondo della civiltà umana, e Asgardh, regno degli Dèi Asi, sono due mondi innangard: entrambi devono costantemente difendersi dagli attacchi dei giganti, i residenti senza legge di Jotunheim/Utgard. Questo è un esempio di come l’universo spirituale norreno sia al centro di un mondo fisico, piuttosto che fuori di esso. Inoltre, con l’eccezione di Midhgard, tutti i mondi sono invisibili, anche se possono mostrarsi e identificarsi in particolari aspetti del mondo visibile: ad esempio, lo Jotunheim/Utgard si può sovrapporre di significato con le terre selvagge, Hel con la tomba e Asgardh con il cielo.

Ma lo utangard non è completamente distruttivo e negativo. Odino ha per madre un gigante, ed è quindi per metà gigante lui stesso. Inoltre, nonostante sia il capo degli Dèi, egli ha diverse caratteristiche estremamente utangard: cerca i giganti per acquisire la saggezza che custodiscono gelosamente, ha la reputazione di essere a volte un imbroglione e, a volte, è più preoccupato per il proprio sviluppo personale e per il proprio potere che per il benessere delle persone a lui vicine. Più in generale, il rapporto tra Dèi e giganti è spesso ambivalente: anche Thor, famoso per la devozione con cui difende Asgardh e Midhgard dai giganti, ha nelle sue vene una parte di sangue gigante.

Non sorprende quindi che a volte uomini e donne si avventurassero deliberatamente nell’utangard: il processo di iniziazione delle tribù a volte prevedeva infatti di dover trascorrere del tempo da soli nelle terre selvagge, rischiando la vita affrontando situazioni pericolose per essere accettate nell’innangard.

LA CREAZIONE DI ASGARDH

Asgardh è il nome con cui viene indicato il regno dei Dèi, una città costruita dalle divinità stesse.


Gli Dèi crearono dapprima una enorme officina, vi posero poi una fornace e forgiarono un martello, un paio di tenaglie e un incudine, i prototipi degli utensili usati dall’uomo.

Con questi strumenti costruirono al centro di Asgardh una maestosa dimora, la più grande di tutta la cittadella divina: Gladsheim, la “dimora della gioia”. Al suo interno costruirono un enorme salone sorretto da colonne d’oro e vi posero tredici troni, uno per ciascuno degli Dei. Per le Dèe venne innalzato un altro palazzo, chiamato Vingolf.

Il signore di Asgardh e di tutti gli Dèi è Odino e ha come sposa Frigg, con la quale genera vari figli. Tuttavia, ad Asgardh ogni divinità possiede terre e dimore che ne rispecchiano le caratteristiche. Ad esempio, Odino risiede a Valaskyalf, “scoglio degli uccisi”, che richiama la macabra attività del Dio, patrono dei morti in battaglia.

Thor, il più forte tra gli Dèi, dotato di una forza squisitamente umana, è il signore di Thrudvangar, “sentieri della potenza”, dove sorge il palazzo Bliskirnir, “lo splendente”, che con le sue 540 sale è il più grande di Asgardh.

Ai confini di Asgardh, nei pressi del Bifrost, il ponte dell’arcobaleno che collega la cittadella divina al mondo dei mortali, si erge la residenza di Heimdall, il guardiano che ha il compito di vigilare sui possedimenti divini.

GLI DEI: ASI E VANI

La mitologia norrena ha una caratteristica molto interessante: il suo pantheon prevede la coesistenza di due diverse stirpi divine, gli Asi e i Vani.

Gli Asi (Æsir), gli Dèi e Dèe che vivono ad Asgardh, simboleggiano un pantheon stratificato legato alla sovranità, alla sapienza e alla guerra: sono divinità guerriere, e Odino è il loro leader.

Il loro potere fu conteso dai Vani (Vanir), rappresentanti la fecondità e la fertilità. I Vani sono più antichi, vivono in una terra chiamata Vanaheim e sono grandi esperti di stregoneria e pratiche magiche, come la divinazione.

Il culto degli Asi, portato da invasori indoeuropei, subentrò progressivamente a quello dei Vani. In seguito i due culti si fusero, e alcune divinità dei Vani furono assimilate dagli Asi.

Entrambi le stirpi presentano delle caratteristiche prettamente umane: oltre ad essere valorosi, possiedono molte debolezze, possono essere spesso gelosi e vendicativi, e possono morire e invecchiare. Gli Dèi norreni sono infatti soggetti all’invecchiamento, e solo mangiando i frutti magici della Dea Idun, sposa del Dio Bragi, possono mantenersi giovani.

Un giorno arrivò ad Asgardh una seducente donna, Gullveig, una strega esperta nel seminare discordia tra gli Dèi: ben presto corruppe con cupidigia e corruzione gli animi delle Dèe, i pilastri della moralità e dell’onore. Venne quindi deciso di condannare a morte la strega.Gullveig faceva però parte degli Dèi Vani, che ne chiesero l’immediata restituzione. Odino sapeva che non ascoltare questo monito avrebbe portato alla guerra, ma il comportamento della strega andava punito. Gli Dèi eressero una pira funebre, vi legarono la strega e le dettero fuoco, ma soltanto dopo tre tentativi le fiamme consumarono il suo corpo.

Il rogo diede ai Vani il pretesto per attaccare gli Asi. Entrambe le fazioni combattevano furiosamente, ma le sorti della guerra rimanevano in costante equilibrio, testimoniando il reciproco valore. Un giorno però, usando la forza delle loro arti magiche, i Vani riuscirono a distruggere le possenti mura di Asgardh. Stanchi di una guerra fratricida che aveva portato a questa rovina, le due famiglie stipularono allora un trattato di pace e si scambiarono degli ostaggi. Gli Asi mandarono Mimir e Hoenir tra i Vani, che consegnarono Njordhr e suo figlio Freyr. Per suggellare il loro patto, i rappresentanti degli Asi e dei Vani si fecero poi portare un otre e vi sputarono dentro, sigillando con la loro saliva divina la pace appena stipulata. Dall’otre nacque Kvasir, la creatura più saggia dell’universo, testimonianza vivente dei divini accordi.

La tregua fu subito messa a dura prova dai Vani: questi chiedevano spesso consigli al saggio Hoenir, che tuttavia accettava di rispondere solamente se poteva consultarsi con Mimir. Un giorno, stufi di dover sempre attendere che i due Asi si consultassero tra loro prima di parlare, i Vani decapitarono Mimir. Odino, colmo di disprezzo e di dolore, andò nel regno dei Vani, si fece consegnare la testa del Dio e, ritornato ad Asgardh, la cosparse di erbe magiche, interrompendo il processo di decomposizione e preservandone la saggezza. Da allora, nei momenti di necessità, Odino conversa spesso con la testa di Mimir, chiedendole consigli sulla condotta da tenere.

Una storia molto interessante riguarda la ricostruzione del muro intorno ad Asgardh. Dopo che i Vani erano riusciti a rompere le difese della cittadella, gli Dèi erano preoccupati che qualcuno avesse potuto assediare e conquistare la loro dimora. Un giorno, un gigante si presento agli Dèi Asi e si offrì di costruire in breve tempo una roccaforte di pietra intorno alla cittadella, così robusta da resistere agli attacchi di qualunque essere. In cambio, avrebbe ricevuto il sole e la luna e avrebbe sposato Freya.
Gli Dèi giudicarono l’offerta molto allettante, ma la ricompensa richiesta era eccessiva. Comunicarono quindi al gigante nuove condizioni: egli avrebbe dovuto ultimare la costruzione in metà del tempo stabilito, senza l’aiuto di nessuno. Il gigante accettò, a patto che gli fosse almeno permesso di farsi aiutare dal suo cavallo. Gli Dèi, rassicurati da Loki, accettarono. Non potevano sapere che il cavallo era un instancabile lavoratore: a tre giorni dalla scadenza dell’accordo, la costruzione della fortezza era quasi terminata.

Gli Dèi minacciarono Loki di morte, a meno che non avesse trovato un modo per far perdere al gigante il diritto al suo compenso. Loki allora si trasformò in una giumenta e attrasse il cavallo lontano dalle mura. Il gigante capì che da solo non avrebbe completato la roccaforte in tempo e, preso dall’ira, attaccò gli Dèi. Thor reagì e lo uccise con un colpo di martello e, poco tempo dopo, Loki tornò ad Asgardh, partorendo un velocissimo puledro grigio a otto zampe: fu chiamato Sleipnir, e divenne il destriero di Odino.

LEGGI ANCHE:

MITOLOGIA NORRENA: INTRODUZIONE

MITOLOGIA NORRENA PARTE PRIMA: LA CREAZIONE

MITOLOGIA NORRENA, PARTE TERZA: GLI DÈI

MITOLOGIA NORRENA, PARTE QUARTA: VALHALLA E HEL

MITOLOGIA NORRENA, CONCLUSIONE: IL RAGNAROK


Tratto da “The Norse Myths” di Kevin Crossley-Holland

Per scrivere questo articolo l’autore ha consultato questi libri, tutti abbastanza facilmente reperibili su internet:


Gods and myths of Northern Europe di H. R. Ellis Davidson;


I miti nordici di Gianna Chiesa Isnardi


The Norse Myths di Kevin Crossley-Holland;


Miti e leggende nordiche di Salvatore Tufano;


An Introduction to Viking Mythology di John Grant;


l’Edda di Snorri Sturluson;


Miti e leggende del nord di Vilhelm Grønbech.

https://norvegiani.wordpress.com/2015/05/11/mitologia-norrena-parte-seconda-i-nove-mondi/

sabato 22 ottobre 2016

La Via dei Chakra


Foto;http://www.enricoguala.it/wp-content/uploads/2014/11/sidpa-korlo.jpg


"E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli.
Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce:
«Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?».
Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo.
Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo.
Uno dei vegliardi mi disse:
«Non piangere più; ecco, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide; egli dunque aprirà il libro e i suoi sette sigilli».
Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato.
Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra.
E l`Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono.
E quando l'ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all'Agnello, avendo ciascuno un'arpa e coppe d'oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.
Cantavano un canto nuovo:
«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio
un regno di sacerdoti
e regneranno sopra la terra».
Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi.
Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce:
«L'Agnello che fu immolato
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».
Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano:
«A Colui che siede sul trono e all'Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli».
E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen».
E i vegliardi si prostrarono in adorazione."

Nella tradizione Buddhista il Samsara si svolge nei sei regni della rinascita.
Questi sei reami, i sei lokas, sono così suddivisi:
Loka degli esseri infernali
Loka degli spiriti famelici
Loka degli animali
Loka degli esseri umani
Loka degli Asura
Loka dei Deva.

Ciascuno di noi, a seconda delle tracce karmiche lasciate dalle incarnazioni precedenti, rinasce incarnandosi in uno dei sei loka.
Sempre nella tradizione Buddhista ci viene ricordato che tutta la manifestazione sorge dalla nostra mente ed in essa si dissolve.
Riteniamo quindi che i sei loka siano regni al di là di noi, ma allo stesso tempo dentro di noi.
In diversi momenti della nostra vita attraverso le nostre emozioni manifestiamo gli attributi degli esseri di ciascuno dei sei reami e sperimentiamo la stessa sofferenza che essi provano.
In questo senso i sei loka del Samsara possono essere associati ai chakra del corpo umano.
I sette chakra dividono il regno della manifestazione in due dimensioni con due livelli vibrazionali differenti.
Guardiamo ad essi in questa ottica: 3 + 1 + 3 con un punto di fuga per ognuno.
Nella prima triade, primi tre loka, vivono gli esseri infernali (Muladhara), gli spiriti famelici (Svadhistana) e gli animali (Manipura).
Nella seconda triade, 4° - 5° e 6° loka, vivono gli esseri umani (Anahata), gli Asura (Vishudda) ed i Deva (Ajna).
Ancora nella tradizione buddhista si fa notare che non v'è differenza tra i regni di incarnazione, in quanto tutti sono soggetti ad ignoranza e sofferenza.
In questo senso chi si incarna nel sesto loka non sperimenta minor ignoranza e sofferenza di chi si incarna nel primo.
Ma esiste una distinzione per quanto riguarda il quarto loka, quello degli esseri umani, in quanto viene definito il solo dal quale sia possibile giungere alla liberazione.
In questo senso, siamo fortunati, in quanto incarnati nell'unico reame in cui c'è la porta d'uscita!

Una delle pratiche preliminari, da intraprendere prima di pratiche più avanzate, è la pratica di purificazione dei sei loka.
Purificando i sei loka dentro di noi, bruceremo le tracce karmiche più grossolane e raffineremo la nostra consapevolezza.

Consideriamo ora il viaggio dell'iniziato attraverso le porte.
Prendiamo come oggetto di osservazione il modello più semplice della scala.

Muladhara - il primo regno - esseri infernali - rabbia
L'emozione negativa che sta alla radice del primo loka è la rabbia.
Gli esseri infernali passano il tempo ad odiarsi, uccidersi, farsi violenza l'un l'altro.
Mettiamoci nel primo chakra, cosa sentiamo?
Avvertiamo il nostro legame con la terra, sentiamo un punto di congiunzione unico con essa.
Ma più di questo non riusciamo a scorgere.
Siamo consapevoli che è il nostro punto di contatto con la terra, siamo consapevoli che è lì che ci troviamo e da lì non possiamo sfuggire.
Dall'interno di questo chakra non ci è dato di comprendere il perchè della nostra situazione.
Per quanto indaghiamo, troviamo solo un senso di unione con la materia ed a tratti questo senso è coercitivo, perchè non c'è luce, dentro questa sfera, in cui possiamo riconoscere la nostra consapevolezza.
Cosa possiamo fare? Possiamo attaccarci a quest'unico punto di terra che riconosciamo con tutte le nostre forze, perchè è l'unica sicurezza che quì abbiamo.
Restiamo legati ad esso e godiamo di questo possesso. Ci siamo seduti sul nostro trono.
Ma la realtà è che non abbiamo idea di cosa sia questo trono (ricordate, vi siete messi nel primo chakra, se lo avete fatto, non avete ricordo di quel che c'è oltre).
E' la prima porta, il primo sigillo.
Siamo fermi in essa, questa terra ferma e densa e non sappiamo perchè.
Dentro di noi, col tempo, si forma una granda paura: paura di rimanere bloccati, paura di non respirare, che non vi sia luce, che non vi sia uscita.
E allo stesso tempo attaccamento a questa condizione, perchè l'unica che abbiamo, l'unica che possiamo ciecamente difendere.
Qualunque movimento in noi sarà paura. Qualunque movimento fuori di noi genererà rabbia.

MA

Possiamo sentire diversamente.
Questa terra nera in cui siamo immersi cos'è?
Questo buio, questo silenzio, cosa sono?
Perchè è tutto così denso, così fitto?

Cosa sentiamo adesso?
Il silenzio non è più un'ordine muto, ma è stasi e pace.
Non siamo rinchiusi, siamo solo fermi.
Questa sosta è per assimilare gli elementi del terreno in cui siamo immersi.
L'insegnamento è: assimila, sedimenta, trasuda la tua sostanza all'esterno, in uno scambio mutuo e lento.

L'antidoto è amore.

Svadhisthana - il secondo regno - spiriti famelici - avidità
Abbiamo oltrepassato la prima porta, abbiamo acquisito conoscenza ed imparato che l'ambiente attorno a noi non è lì per minacciarci ma ci fa crescere e ci fa bene.
Ora siamo bravissimi ad assimilare dall'esterno e sappiamo che ci dà soddisfazione.
L'incarnazione nel secondo loka è data dall'emozione negativa detta avidità.
Gli esseri famelici hanno bocche piccole ed uno stomaco enorme, mai pieno.
Cercano insaziabili ed insaziati fuori di sè qualcosa che riempia il loro ventre senza fondo, ed un senso di vuoto lacerante li divora.
Mettiamoci nel secondo chakra, cosa sentiamo, chi siamo lì?
Sentiamo che siamo acqua, un fluido bacino di acqua. Una sensazione languida ci avvolge, siamo immersi nella fonte stessa del desiderio.
E' così piacevole che non potremmo farne a meno.
Qualunque cosa cada in quest'acqua o tocchi quest'acqua ci muove, ci avvolge, ci scioglie di piacere.
Ma se solo pensiamo che possa finire e che ritorneremo al secco e all'immobilità siamo terrorizzati, ci sentiamo svuotati, abbandonati, disperati.
Ne accumuliamo famelicamente.
Vogliamo vogliamo vogliamo.

MA

Possiamo capire cos'è questa voglia e da dove ci giunge il suo soddisfacimento.
Cos'è che è così dolce?
Cos'è che è così piacevole?
Cosa fa muovere di delizia questa stessa acqua?
E perchè crediamo che questa delizia possa avere fine?
Non avrà fine se la lasciamo muovere, l'acqua ferma soltanto è morta.
Lasciarla muovere ci dà delizia, non fermarla.
Quest'acqua è in tutto/i, è per tutto/i e non avrà fine.
Il dare ci restituirà gioia. Concediamo.

L'antidoto è generosità.


Manipura - il terzo regno - animali - ignoranza
Superata la seconda porta viviamo in uno stato di apertura totale verso l'esterno. Diamo e riceviamo elementi ed energia.
Ma siamo come animali che non sanno perchè questo accade.
Ciò che affligge gli esseri di questo loka è l'ignoranza.
Vivono una vita intensissima, sentono emozioni continue, vengono impressionati da tutto quello che li circonda.
Ma non sanno perchè! Non sanno cos'è questo continuo movimento, queste sensazioni, quello che in essi si agita gli è sconosciuto.
Entriamo nel terzo chakra: cosa sentiamo?
Un nodo, un fulcro, un qualcosa di forte che ci tira dentro.
Ma cos'è? Cos'è?? Fa male tanto è forte. Fa paura quanto è intenso. Cosa sarà mai!!??
Ci fa ripiegare in noi stessi per la paura.
Come animali selvatici impauriti ci rintaniamo.

MA

Se io non mi chiedo cos'è, se mi metto lì buono buono e ascolto, questo nodo cos'è?
Se non scappo per la paura ma rimango quì, fermo, sereno, che trovo?
Sono io!
Io!
Questo nodo è la mia potenza, la mia forza, il mio essere quì e ora, la mia presa di possesso del mio essere.
Sono io, e questo corpo è mio!
Mi sono conosciuto.
Ho acquisito consapevolezza del mio essere uno.

L'antidoto è: conoscenza.

A questo punto avviene il primo salto dimensionale.
Entriamo in un nuovo paradigma.

Anahata - il quarto regno - esseri umani - gelosia
Acquisendo la consapevolezza del mio essere, sono entrato nel mondo degli esseri umani.
Entriamo nel quarto chakra: abbiamo imparato che io sono quì e il resto è fuori di me.
Siamo ben piazzati, abbiamo il nostro potere, la nostra forza, una gran soddisfazione ci pervade quando pensiamo "io sono".
E' così piacevole e così soddisfacente questa appropriazione che cominciamo ad aggiungere qualità a questo io sono: "io sono così e non così, io sono questo e non quest'altro".
E sì! E' proprio bello! Come siamo funzionali! Tutto, ora va benissimo!
Se non fosse che mi accorgo che se qualcuno mi toglie quello di cui mi sono con così tanta fatica appropriato, me ne dispiaccio.
Questo pensiero che gira nella mia testa è così bello, che non voglio rinunciarci.
L'oggetto del mio pensiero è così importante per me, è il gioco su cui dimostro che ho imparato a giocare.
Se me lo tolgono, impazzisco.
Ho passato anni a definire come è fatto il mio io (che non è come il tuo!) e se mi tolgono una di queste definizioni soffro.
La mia vita, se penso che un giorno tutto o qualcosa di questo mi sarà tolto, è un inferno.

MA

Puoi anche sentire diversamente.
Puoi accorgerti che quello che hai lo puoi condividere, che la sostanza di quel che sei è fatta perchè anche divisa per due o per mille sia sempre intera.
Puoi accorgerti poi che se un oggetto del tuo pensiero ti viene tolto, ti rimane comunque il pensiero.
Puoi accorgerti che se ti tolgono anche quel pensiero, rimani ugualmente uno, non perdi lo stato che con così tanta fatica hai conquistato.
Se anche ti togliessero questa unità, dov'è il problema? L'hai conquistata una volta, la potrai, se vuoi, riconquistare quando vuoi.
Questo è solo uno stadio in cui ti senti così. Sei anche negli altri stati. Solo che sei diverso.
Ma di che ti preoccupi? Tieni presente la qualità innata dentro di te, essa soltanto non può variare.
L'insegnamento è: la fonte di vita, luce e amore è inesauribile e non risiede nè varia nell'oggetto in cui si specchia, ma è assoluta.

L'antidoto è una grande apertura del cuore.

Vishudda - il quinto regno - Asura - orgoglio
Compreso che siamo esseri così grandi e che nel nostro cuore alberga una fonte di vita inesauribile possiamo ancora cadere fascinati.
L'orgoglio è il male che affligge i semi-dei, impegnati tutto il tempo in battaglie nei cieli.
La sua sede è nel chakra della gola, il quinto chakra.
Superato il reame del quarto troveremo un blocco proprio all'altezza della gola.
Entriamo.
Crediamo di essere potenti, forti. Abbiamo realizzato in effetti qualcosa di molto grande nel nostro precedente passaggio.
Siamo convinti di avere la soluzione in tasca a tutti i mali che affliggono gli altri e che ormai il nostro territorio sia molto importante.
Finiamo per imporci, nel bene e nel male.
Ci imponiamo agli altri nell'azione.
Ci imponiamo proferendo ordini e dictat, regole per tutti: sappiamo di aver ragione.
O ci imponiamo col nostro silenzio, gli altri non meritano le nostre perle.
Semineremo guerra o paura o isolamento.

MA

Se solo per un attimo cerchiamo di ricordare quanta ignoranza, dolore e paura e senso di isolamento abbiamo sofferto, ci sembrerà stupido affliggere chi è attorno a noi con la nostra superbia.
Se solo ci connettiamo nuovamente con quella fonte di vita che abbiamo trovato, scopriamo che non c'è alcuna verità per cui lottare, alcun nemico da abbattere.
Ci rendiamo conto che come il tempo ha agito su di noi, dandoci la possibilità di comprendere, agirà sugli altri, dando loro modo ugualmente.
Se sappiamo che nella tempesta in molti soccombono ed aumentano le loro sofferenze, non semineremo più vento.
Ma giunti alla fascinazione di questo reame sarà molto arduo per noi capire... abbiamo lasciato alle nostre spalle, l'unico reame da cui potevamo giungere a liberazione e dovremo attendere una nuova incarnazione umana per mettere in pratica l'insegnamento del cuore.

L'antidoto è l'umiltà ed il senso di pace interiore.


Ajna - il sesto regno - Deva - tutte le emozioni negative centrate nell'io
Gli esseri di questo regno sono gli Dei.
Sono immortali.
Vivono indugiando con piacere un po' in tutte le emozioni negative, in una versione blanda e soddisfacente.
Giochiamo e ci divertiamo, liberi di fare ogni cosa desideriamo, senza peccato, senza morale.
Ogni cosa desideriamo si realizza.
Senza sforzo, senza pena.
Siamo il centro del piacere stesso.
Conosciamo ogni legge ed ogni capriccio ci è dato.
Ogni cosa si materializza a nostro piacimento.
Non scorgiamo più gli altri mondi, quelli in cui v'è sofferenza.
Stiamo così bene, così tranquilli e soddisfatti, nella nostra corte di dei a noi simili.
Non vogliamo cambiare il nostro stato, è così bello!

MA

Gli dei sono gli esseri più sciagurati, in quanto la sofferenza non li ha mai colti nella loro gabbia dorata, dandogli la possibilità di capire.
Il ciclo degli dei avrà fine.
La nostra immortalità, la nostra vita durata un eone avrà fine.
E quando quella fine giungerà e la nostra forma si estinguerà finiremo nel bardo.
E lì la scoperta degli altri mondi e della realtà di illusione in cui abbiamo vissuto fino a quel momento sarà terribile.
Immaginate: dopo una vita eterna di colpo scoprire che era solo illusione, che siamo anime cresciute nell'ignoranza.
E che i mondi che ci aspettano pullulano di sofferenza, di cui avevamo dimenticato qualunque memoria.
La disperazione sarà lancinante.

L'antidoto a questa gioia egoistica è la totale compassione per tutti gli esseri senzienti che sorge dalla consapevolezza di sè.

Sahasrara - il settimo regno
Termino con le parole di un maestro.
"Attraverso ciascuna di queste emozioni negative che sorgono dai semi karmici soffriamo nello stesso modo degli esseri di ciascuno dei sei loka.
Praticando con fiducia le meditazioni sui sei loka, le cause radice della nostra sofferenza si dissolveranno gradualmente e tutti gli esseri senzienti ne trarranno beneficio."


Chiaramente, il percorso quì descritto, per fini esemplificativi, è stato molto semplice.
Ma nella vita di tutti i giorni nulla è così lineare, ed i sei regni si manifestano in noi in ogni singolo pensiero.
Sta a noi ricordare la luce pura e chiara che tutto indiscriminatamente illumina.

L'Agnello si sacrifica nel bagno di dolore dei peccati del mondo, per condurre attraverso ogni luogo la luce.
L'Agnello è l'uomo che porta nel suo petto chiara questa luce.
Ripercorre ciascuno dei reami portando in essi sempre più consapevolezza.
Con generosità, fiducia, consapevolezza, pace e amore egli "è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione".

Ricordiamoci che l'unica via d'uscita è nell'essere umano, nel 4° chakra, nel nostro cuore.

mercoledì 19 ottobre 2016

Le origini europee dei faraoni d’Egitto: il DNA di Tutankhamon



Quando la società svizzera iGENEA effettuò l’esame del DNA sulla mummia del faraone Tutankhamon e ne diffuse i risultati, forse in molti pensarono ad una bufala, o ad un errore. Tanto è radicato nella nostra mente l’immagine stereotipata della storia come l’abbiamo imparata dall’infanzia, ma questa scoperta scientifica di straordinario valore adesso mette in dubbio molte delle nostre certezze.



Tutankhamon nacque nel 1341 a.C., figlio del faraone Akhenaton e della sua consorte Nefertiti, Akhenaton precedentemente noto come Amenofi IV o Amenhotep IV è conosciuto anche come il faraone eretico in quanto abolì il culto politeistico istituendo il culto monoteistico del dio ATON, una divinità che contrariamente a tutte le altre non aveva una rappresentazione zoomorfa ma veniva rappresentata come un disco solare che emanava dei raggi che terminavano con delle mani.

Per dare più sostanza a questo profondo cambiamento il faraone della XVIII dinastia spostò la capitale dell’antico Egitto lontano da Tebe, costruendo sul medio corso del Nilo in una zona desertica una città nuova di zecca che fu chiamata Akhetaton che letteralmente significava “l’orizzonte di ATON” e che corrisponde all’odierna Al Amarnah. Dopo la caduta di Akhenaton, e la restaurazione del politeismo la città fu distrutta e la sua memoria cancellata dalla storia d’Egitto. Anche il nome di Tutankhamon in origine era differente, egli si chiamava infatti Tutankhaton, ma nelle convulse fasi successive alla caduta del monoteismo, ogni riferimento ad ATON doveva essere drasticamente rimosso, anche il nome del faraone doveva fare riferimento al più rassicurante dio Amon. Tutti i sacerdoti devoti ad ATON dovettero allora abbandonare il paese per stabilirsi ai confini più remoti del regno: la terra di Canaan. Questa è la storia che viene raccontata nella Bibbia e che noi conosciamo col nome di Esodo.

Dalla diaspora dei seguaci dell’atonismo sarebbe infatti nata la religione ebraica. Questo troverebbe dei riscontri in similitudini sia stilistiche che di contenuto che si possono trovare tra l’Inno al sole scritto sulla tomba del faraone Ay ed alcune parti della Bibbia come il Libro dei Salmi, ed il Libro dei Proverbi.



Il faraone Tutankhamon, morto prematuramente all’età di diciannove anni per una seria forma di malaria, apparteneva all’aplogruppo R1b1a2, SNP R-M269, è l’aplogruppo più diffuso in Europa occidentale e identifica le popolazioni che dopo l’ultima grande glaciazione hanno popolato l’Europa occidentale.

Nella tabella che segue ecco i valori dei primi 15 marker del suo cromosoma Y.

Sembrerebbe davvero che l’antico Egitto fosse in effetti governato da sovrani di origine ancestrale europea, il cui DNA era quindi assai differente dal resto della popolazione che amministravano. Oggi meno dell’1% degli egiziani è di aplogruppo R1b.

Fin troppo ovvio allora che se Tutankhamon era R-M269 allora erano dello stesso aplogruppo tutti i faraoni della XVIII dinastia che regnò sull’Egitto dal 1540 al 1299 a.c., il che troverebbe conferma anche da una rapida analisi di alcune mummie della dinastia come quella di Thutmosi IV, molto ben conservata, che presenta tratti del volto nordici e soprattutto i capelli rossi che sono un tratto peculiare per questo aplogruppo. In effetti test diagnostici sono stati compiuti sul DNA della mummia di Amenhotep III, su una mummia sconosciuta ma che si suppone sia di Akhenaton, confermando che le tre mummie erano tra loro correlate da legami di parentela.

Faraoni XVIII dinastia (Aplogruppo R-M269) Periodo di regno Sposa
Ahmosi 1540-1515 Ahmes-Nefertari
Amenhotep I 1515-1494 Meritamon
Thutmosi I 1494-1482 Ahmose
Thutmosi II 1482-1479 Hatshepsut
Hatshepsut 1479-1457
Thutmosi III 1479-1425 Hatshepsut Meritre
Amenhotep II 1427-1393 Tia
Thutmosi IV 1394-1384 Mutmuia
Amenhotep III 1384-1346 Tyi
Akhenaton 1358-1340 Nefertiti
Smenkhara 1342-1340 Meritato
Tutankhamon 1340-1323 Ankhesenamon
Ay 1323-1319 Tey
Horemheb 1319-1299 Mutnedjemet
E’ possibile che il culto di ATON sia continuato anche lontano dall’Egitto, nella terra di Canaan, dove potrebbero essersi rifugiati i seguaci del cosiddetto faraone eretico dando origine al monoteismo. A suffragio di questa tesi vi è uno studio linguistico del 1922 sulla parola Adonai che in ebraico significa Signore e che mette in luce come questa parola non sarebbe di origine semitica ma proverrebbe dall’Egitto. Adonai = ATON-Ay e prenderebbe il nome dal sommo sacerdote Ay durante il regno di Akhenaton, che divenne anche faraone nel 1323 alla morte di Tutankhamon. Foneticamente le due parole corrispondono a parte la rotazione consonantica t > d che è abbastanza comune.
O forse furono gli Esseni detti anche Nazir i più diretti discendenti dei sacerdoti di ATON che nel deserto di Qumran nei pressi del Mar Morto continuarono le pratiche di adorazione monoteistiche seguendo uno stile di vita votato alla castità e alla purificazione, alla stessa setta sembra essere appartenuto anche Gesù di Nazareth, di questa spiritualità mistica resta traccia nei Vangeli e nei suoi insegnamenti votati alla vita semplice ed al rifiuto delle vane glorie del mondo. Nella traduzione del Nuovo Testamento la parola ebraica per Nazareno ovvero “di Nazareth” è praticamente identica alla parola Nazir, in ebraico: נזיר, cioè consacrato, separato, eletto, in pratica la casta druidica della tradizione celtica.
I capelli rossi sono un indizio genetico facilmente rintracciabile anche nell’antico testamento:
“Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco due gemelli erano nel suo grembo. Uscì il primo, rossiccio, e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù.” Genesi, 25,25
Comunque la si pensi, cosa ci faceva questo aplotipo nell’antico Egitto della XVIII dinastia?

http://genealogiagenetica.it/le-origini-europee-dei-faraoni-degitto-il-dna-di-tutankhamon/ 

venerdì 14 ottobre 2016

Il teatro di Giulio Camillo

Il Teatro s'innalza in sette gradi o scalini, separati da sette corsie corrispondenti ai sette pianeti.
Chi si appresta a studiarlo deve sentirsi come uno spettatore dinnanzi al quale siano poste le sette "misure" del mondo in teatro.
Poiché negli antichi teatri le persone di maggiore riguardo sedevano nei posti più bassi, così in questo teatro, le cose più grandi e più importanti saranno al livello più basso.
Egli pensava al teatro romano quale è descritto da Vitruvio, quest'ultimo dice che nell'auditorium del teatro i posti a sedere sono tagliati da sette passaggi e ricorda che le classi superiori siedono nei sedili più bassi.
Il Teatro di Camillo è una distorsione del piano del teatro reale di Vitruvio.
Ad ognuno dei sette passaggi vi sono sette cancelli o porte decorate con molte immagini.
Nel Teatro di Camillo la funzione normale del teatro è rovesciata: non c'è pubblico seduto nelle gradinate a guardare il dramma sulla scena.
Il solitario spettatore del Teatro sta dove dovrebbe essere la scena e guarda verso l'auditorium, contemplando le immagini sulle sette volte e sette porte ai sette livelli che salgono.
Utilizza la pianta di un teatro reale ma adattandolo ai suoi scopi mnemonici.
Le porte immaginarie sono i suoi luoghi di memoria, stipati di immagini.
Tutto il sistema del teatro poggia su sette pilastri, i sette pilastri della Casa della Sapienza di Salomone.
Camillo sta parlando dei tre mondi dei cabalisti; il mondo sovraceleste delle Sephiroth o divine emanazioni; il medio mondo celeste delle stelle; il mondo subceleste e degli elementi.
Presenti come Sephiroth nel mondo sovraceleste, sono qui identificate con le idee platoniche.
Camillo basa il suo sistema di memoria sulle cause prime, sulle Sephiroth, sulle Idee; questi debbono essere i "luoghi eterni" della memoria.
Il suo edificio ha il compito di fissare nella mente la verità eterna; in esso l'universo sarà ricordato per mezzo delle associazioni organiche di tutte le parti con l'ordine eterno soggiacente.
Le più alte "misure" universali, le Sephiroth, sono remote al nostro sapere... per questo egli colloca non queste ma i sette pianeti al primo grado del Teatro: infatti i pianeti sono i più prossimi a noi e le loro immagini sono afferrate meglio come immagini di memoria.
I pianeti debbono essere intesi non come termini oltre i quali non ci possiamo levare, ma quali rappresentanti le misure celesti sovrastanti.
Sulle porte del più basso grado, i simboli dei pianeti, i loro nomi, e quindi il nome delle Sephiroth e degli angeli con cui Camillo associa ciascun pianeta.

Pianeti Sephiroth Angeli

Luna Marcut Gabriele
Mercurio Iesod Michele
Venere Hod e Nisach Honiele
Sole Tipheret Raffaele
Marte Gabiarah Camaele
Giove Chased Zadchiele
Saturno Bina Zafchiele




Per Camillo la corrispondenza delle sette misure planetarie del mondo celeste con le sovracelesti Sephiroth dà al Teatro la sua proiezione verso il mondo sovraceleste, sino agli abissi della sapienza divina e ai misteri del Tempio di Salomone.
Camillo ha dovuto destreggiarsi con gli arrangiamenti normali.
Ha lasciato fuori le più alte Sephiroth, Kether e Hokmah.
Ciò è stato fatto intenzionalmente perché spiega che non intende salire oltre Bina a cui ascese Mosè e quindi arresta la sua serie a Bina-Saturno.
Da notare che per Venere dà due Sephiroth, per il resto le sue correzioni Sephiroth-pianeti, non sono inconsuete e neanche la correlazioni con gli angeli.
Questo sorprendente miscuglio di fonti cabalistiche, cristiane e filosofiche, su cui Camillo fonda le sue idee.
Camillo erige il suo teatro all'interno del mondo spirituale di Pico della Mirandola; il mondo delle conclusioni e dell'orazione sulla dignità dell'uomo dell'Heptaplus, con le sue cere angeliche, le Sephiroth, i giorni della crazione, mescolati a Mercurio Trimegisto, Platone, Plotino, il Vangelo di San Giovanni, le epistole di San Paolo, tutto l'eterogeneo apparato di riferimenti pagani, ebraici, o cristiani in mezzo a cui Pico si muove con la sicurezza di chi ne abbia trovato la chiave.
La chiave di Pico è la stessa di Camillo.
Tratto da "L'arte della memoria" di Frances A. Yates



Il teatro di Giulio Camillo-Video
https://www.youtube.com/watch?v=y0Cb6RCjSS8

Fonte; http://oltrelastorianellanimoantico.blogspot.it/2016/10/il-teatro-di-giulio-camillo.html?m=1

domenica 9 ottobre 2016

TUPAC AMARU SHAKUR Teorie del Settimo Giorno.L'Album The Don Killuminati.




Teorie del Settimo Giorno
L'Album The Don Killuminati è uno delgi album più misteriosi di Tupac. Un album che nasconde molti misteri. Questo album porta anche il sotto titolo di "The 7 Days Theory" cioè "La Teoria del 7 giorno". Perchè questo sotto titolo?, perchè nella vita di Tupac compare sempre il numero 7?, coincidenza? o altro?. In molti sanno che nella Bibbia più volte viene riportato il numero 7, perchè nella copertina di The Don Kiluminati Tupac è crociffisso come Gesù? per dare un senso ai quei 7 che lo circondano. Kmq qui di seguito ci sono tutte le teorie legate al 7.

1) Gli hanno sparato il 7 settembre 1996

2) E' stato in agonia per 7 giorni contando anche quello in cui gli hanno psarato, morendo poi il 13 settmebre 1996

3) E' morto a 25 anni 2+5=7

4) Il film Tupac Resurrection, filmche ripercorre la sua vita è uscito nel 2003 cioè 7 anni dopo la sua morte

5) Tupac ha recitato in 7 film

6) Nel suo ultimo film "Gang Related" interpretava un poliziotto corrotto che muore assassinato. Il numero del suo distintivo era 115 cioè 1+1+5=7

7) La macchina dove viaggiava Tupac e Suge fu raggiunta da 12 proiettili solo 5 colpirono Tupac, 12-5=7

8) Sempre nel film Gang Related, all'inizio del film Tupac alloggia in una stanza, alla porta di entrata c'è il numero 7 appeso

9) Sempre nello stesso film l'attore che affianca Tupac finge di essere scomparso per 7 anni e poi ritorna.

10) "R U Still Down" uscito nel 97 è il primo album postumo pubblicato col nome di Tupac e non Makaveli è stato pubblicato il 25 cioè 2+5=7.

11) Tupac è morto alle 4:03 pomeridiane cioè 4+0+3=7

12) Nel video "I Wonder If Heaven Got A Ghetto" Tupac entra in una macchina guidata da un anziano. La telecamera inquadra la targa che porta il numero 61671 guardate cosa succede facendo qualche operzaione 67-61=6...6+1=7. Dopo una donna cammina verso la stanza di un hotel, il numero della stanza è il 7. Sempre nello stesso video l’orologio nella stanza segna le 4:03, l’ora della sua morte.

13) Nel video "Toss It Up" Tupac spacca uno specchio con una mazza da baseball, tutti sanno che lo specchio rotto porta 7 anni di sfortuna

14) L’ ultimo album non postumo è "All Eyez On Me". Questo album è stato pubblicato il 13 febbraio 1996 proprio 7 mesi dopo, il 13 settembre 1996 Tupac viene dichiarato morto.

15) Tupac nasce il 16 giugno 1971..1+6=7.

16) Nell’ album "All Eyez On Me" compare l’indirizzo del Fan Club di Tupac. L’ indirizzo è il seguente: p.o. box 2694 decatur georgia 30031 sommando i numeri avremo 3+0+0+3+1=7

17) In "Bomb First" primo pezzo dle The Don Kiluminati ci sono 6 colpi di pistola solo al 7° Tupac comincia a rappare

18) Se si ascolta attentamente l’ inizio della canzone "White Man’z World" contenuta in The Don Kiluminati si può sentire una voce che dice "7 years, 7 years, 7 years" cioè "7 anni, 7 anni, 7 anni".

19) La crew di Tupac "Outlaw" era composta da 7 elementi.

20) Nell’ album "Greatest Hits" usctio nel 1998, il primo cd contiene 12 canzoni, il secondo 13 sommando il tutto avremo 1+2+1+3=7 e 12+13=25…2+5=7.

21) Nella canzone "Heartz of Men" dell’ album "All Eyez On Me" a 3 minuti e 13 secondi dall’ inizio dice "Sono morto e sono tornato"...3+1+3=7.

22) Nel cd dei Bone Thugs-N-Harmony la canzone fatta assieme a Tupac si intitola "Thug Luv" sommando le lettere avremo T+H+U+G+L+U+V=7

23) Nel cd di Jon B "Cool Relax" la canzone "Are You Still Dow", cantata assieme a Tupac, è la numero 7.

24) Nell’ album di Daz Dillenger (Retaliation, Revenge And Get Back), la canzone in cui rappa assieme a Tupac è la numero 7…

25) Nell’ album di Richie Rich la canzone con Tupac è la numero 9 ma se si escludono i due skit rpima è la canzone numero 7. In questa canzone Tupac parla riguardo al fatto di essere stato colpito da colpi di pistola e di essere stato ucciso, come è successo nella realtà.

26) Nella canzone “Thug Luv” si sente Bizzy che dopo aver finito la sua strofa e prima che inizi a cantare Tupac dice: “he’s alive, he’s alive, he’s alive….” (Lui è vivo, lui è vivo, lui è vivo)

27) Nella canzone "Hail Mary" ci sono 52 battiti di campana sommando il numero abbiamo 5+2=7.

28) Tupac è nato nel 1971 e morto nel 1996. 1971, 1+9+7+1=18...1996, 1+9+9+6=25..25-18=7.

https://www.youtube.com/watch?v=eulLocV_cVA