domenica 30 ottobre 2016

La fine dei Romanov




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La fine dei Romanov

Dopo aver abdicato, il 15 marzo 1917, lo zar Nicola II venne arrestato a Mohilev e sei giorni dopo, per ordine del Soviet di Pietrogrado, trasferito a Zaraskoie Selo, dove tutta la sua famiglia era tenuta sotto stretta sorveglianza.
Lo zar era sospettato di voler concludere, sotto l'influenza della zarina, una pace separata con la Germania e di aver fatto dei passi in tal senso. La denuncia era stata formulata proprio da coloro i quali erano più che decisi a realizzare tale progetto.
Nonostante che Kerenski, nel suo rapporto, avesse bollato come infondate simili accuse, il Governo, per le pressioni dei socialrivoluzionari, decretò la deportazione della famiglia imperiale in Siberia.
Kerenski, quando era già in esilio, giustificò quella misura con il fatto l'Inghilterra aveva rifiutato di concedere l'asilo alla famiglia imperiale ma l'ambasciatore inglese, George Buchanan, lo smentì, affermando che era stato proprio il Governo provvisorio russo a rinunciare al progetto. E' certo però che Giorgio V non fece molti sforzi per accogliere il cugino caduto in disgrazia, forse per la sua fama di sanguinario.
La famiglia imperiale lasciò il palazzo di Tsarskoie-Selo il 13 agosto 1917, accompagnati dalla contessa Hendrikova, dal principe Dolgoruky, dal conte Tatistchev, dalla baronessa di Buxhoevden, dalla lettrice mademoiselle Schneider, dai precettori Gilliard e Gibbs, dai dottori Botkin e Derevenko, dal domestico Volkov, dalla cameriera Demidova, dai valletti Tchemodurov e Sedniev e naturalmente dalla guardia.
Il 17 agosto, il treno imperiale, passato “di buon mattino ad Ekaterinburg”, arrivò alla stazione terminale di Tiumen. Due vapori stavano attendendo i prigionieri ed i loro accompagnatori sulla Tura. Durante la navigazione il 18 agosto Nicola scrisse nel suo diario: "Ieri ho dimenticato di annotare che, prima di pranzo, siamo passati in vista del villaggio di Pokruskoie, il paese di Gregori (Rasputin)".
Per ironia della sorte, colui nel nome del quale, appena pochi mesi prima, tanti infelici erano stati confinati oltre gli Urali, si venne a trovare in mezzo alla sterminata e gelida pianura della Siberia, immensa prigione della più potente autocrazia del mondo.
Domenica 20 agosto Nicola con la sua famiglia giunsero a Tolbosk ove furono sistemati nella casa del governatore. La vita si era presto organizzata, regolata dai pasti, dagli studi dei principi, dal giardinaggio, dalle messe in chiesa e la sera dalle partite di bridge, da qualche lettura, dal cucito e dal ricamo per le signore.
Durante il soggiorno i fedeli monarchici fecero qualche tentativo di liberare i prigionieri ma i loro progetti, che difettavano di decisione, di organizzazione e del necessario segreto, rimasero senza seguito.
Durante la vita del governo provvisorio di Kerenski la prigionia dei Romanov fu mite o almeno sopportabile. Le loro condizioni però peggiorarono assai, dopo l'avvento al potere dei bolscevichi. Essi dovettero sopportare ogni umiliazione ed privazione.
Ai primi di gennaio del 1918 un dispaccio da Mosca ordinò che alla famiglia imperiale fosse assegnata la stessa razione dei soldati; tuttavia non fu la riduzione dei viveri a turbare Nicola II ma il trattato di pace di Brest-Litowsk (firmato il 3 marzo 1918) con il quale la Russia rinunciava alla Livonia, alla Curlandia, alla Lituania, all'Estonia, alla Polonia e riconosceva l'autonomia della Finlandia e dell'Ucraina. Nella primavera del 1918, i bolscevichi giudicarono Tobolsk troppo esposta ad un colpo di mano delle forze antisovietiche ed assegnarono una nuova residenza ai prigionieri.
Il 24 aprile Vassili Vassilievitch Yacovlev, un commissario inviato dal capo del Governo, Sverdlov, comunicò a Nicola l'ordine di partire per Mosca con suo figlio. Ma Alessio era a letto infermo e Yacovlev decise allora di condurre con sé il solo Nicola, ma la ex zarina pretese ed ottenne di seguire il marito e di essere accompagnata dalla figlia Maria, dal principe Dolgoruky, dal dottor Botkin, dalla cameriera Demidova e dai valletti Tchemodurov e Sedniev.
La comitiva arrivò a Tiumen il 27 dello stesso mese. Il soviet di Ekaterinburg, che in quello stesso giorno aveva decretato la sentenza di morte per i Romanov, fece bloccare la strada per impedire a Yacovlev di portar via i prigionieri e la stessa cosa successe a Omsk. Yacovlev ebbe allora l'ordine di recarsi ad Ekaterinburg, sulle falde orientali degli Urali Metalliferi, quasi al confine tra la Russia europea e la Siberia, ove arrivarono il 30 aprile. Gli altri figli dello zar ed il loro seguito giunsero a Ekaterinburg il 23 maggio. La contessa Hendrikova, la baronessa di Buxhoevden, il conte Tatistchev, mademoiselle Schneider, il domestico Volkov seguirono il principe Dolgoruky nella prigione della città, mentre i precettori Gilliard e Gibbs ed il dottor Derevenko furono lasciati liberi.
Nicola II e la sua famiglia furono rinchiusi in un modesto edificio requisito a un anonimo commerciante, un certo Ipatief.
Nella casa-prigione non vi erano abbastanza letti e le ragazze furono costrette a dormire in terra mentre nella seconda camera a disposizione furono sistemati Nicola con sua moglie ed Alessio, intimi e domestici alloggiati con le guardie.
I cibi erano scarsi e pessimi, la sorveglianza strettissima, le giovani venivano beffeggiate e fatte oggetto di lazzi e di allusioni pesanti da parte dei carcerieri, le passeggiate ridotte ogni giorno di più.
A fare loro la guardia furono scelti a turno una cinquantina di lavoratori delle fabbriche e delle miniere locali con il compito di sorvegliare la casa all'interno e all'esterno.
A poco a poco il confino imperiale assunse i tratti più cupi della prigionia. Attorno all'ingresso della casa fu eretta un'alta palizzata, oscurate le finestre. I prigionieri furono obbligati a vivere al primo piano, con una sola entrata rivolta all'interno. Essi ricevettero le tessere annonarie e dovettero accontentarsi di razioni uguali a quelle distribuite ai soldati ed arrangiarsi a coltivare, come i più poveri contadini russi, qualche verdura nell'orto ed a tagliarsi la legna per scaldarsi.
Il timore della liberazione della famiglia imperiale da parte delle forze bianche controrivoluzionarie, guidate da generali fedeli allo zar, che si proponevano il ritorno dei Romanov al potere e l’annientamento della rivoluzione bolscevica, oramai vicine ad Ekaterinburg, indusse il soviet degli Urali a procedere alla loro eliminazione.
Doveva essere però evitata un'esecuzione clamorosa per via delle reazioni che avrebbe potuto provocare: così ad un procedimento pubblico, sul genere di quelli di cui rimasero vittime Luigi XVI e Maria Antonietta, i bolscevichi preferirono l'eccidio segreto, affidandone l'esecuzione al comandante Jakov Jurovskij, da pochi giorni capo-carceriere di Casa Ipatief.
Insieme con Jurovskij erano giunti a Ekaterinburg alcuni suoi compagni, altri furono scelti fra le Guardie Rosse precedentemente addette alla severa sorveglianza dei prigionieri.
Si cominciò col predisporre opportunamente, ad una certa distanza da Casa Ipatief, il pozzo di una miniera abbandonata, impedendo ai contadini delle fattorie circostanti - con la scusa di alcune esercitazioni militari pericolose - di assistere ai lavori.
Venuta la notte del 16 luglio, l'ultima notte dei condannati, Jurovskij salì al primo piano dove dormivano gli ignari reclusi, invitandoli a scendere a terreno perché - disse loro - si temeva un assalto delle truppe cecoslovacche.
Nicola e i suoi si alzarono e si vestirono in poco tempo. Undici persone uscirono dalle proprie camere. Lo zar portava in braccio il figlio Alessio.
Nel frattempo, Jurovskij fece avvertire le Guardie Rosse di sentinella all'esterno dell'edificio di non preoccuparsi quand'anche avessero sentito dall'interno alcuni colpi d' armi da fuoco.
Intorno all'una del 17 luglio, i condannati si ritrovarono riuniti in una stanza del seminterrato.
Jurovskij fece portare tre sedie sulle quali sedettero Nicola, Alice ed il piccolo Alessio, mentre le principessine rimasero in piedi. Faceva parte del gruppo il dottor Botkin, medico dello zarevitch, il cuoco Ivan Karitonov, la cameriera Anna Demidova, il cameriere Alessio Trupp.
Tratto un foglio, Jurovskij richiamò con un cenno l'attenzione di tutti e lesse testualmente: "Nicola Alexandrovic, per decisione del soviet regionale degli Urali siete stato condannato a morte".
Nicola ebbe appena il tempo di mormorare, sbigottito, un "come" che venne immediatamente centrato da un colpo di pistola alla testa. Ne seguì una pioggia di fuoco che travolse la famiglia imperiale ed i servitori al seguito; la zarina Alessandra Fedornova fece appena in tempo a farsi il segno della croce prima di cadere. Morirono subito la zarina, la figlia Maria, il cameriere, il cuoco e la dama di compagnia. Il dottor Boklin, il piccolo Alessio e tre delle sue sorelle, Tatiana, Olga e Anastasia furono finiti a colpi di baionetta. Il sangue era schizzato dappertutto, imbrattando pavimento e pareti.
Pochi minuti bastarono perché la strage si concludesse, ma lo strazio orrendo dei corpi non era finito ancora.
Denudate ed avvolte in semplici drappi, le salme lasciarono il loro ultimo rifugio sopra un autocarro e vennero trasportate nel bosco dove si tentò inutilmente di bruciarle, poichè la legna bagnata non prese fuoco. I loro carnefici decisero, dopo averle orribilmente mutilate e sfigurate con l’acido per renderle irriconoscibili, di gettarle nel pozzo di una miniera abbandonata, ma anche in questo caso qualcosa andò storto, visto che l’acqua arrivava a coprirle solo fino alla metà.
I poveri resti vennero quindi di nuovo caricati sull'autocarro che, poco più tardi, rimase impantanato nel fango. Fu quindi deciso di seppellirli in una fossa comune coperta da traversine di legno nei pressi di Ekaterinburg.
Lo stesso giorno del massacro, poche righe di un innocuo telegramma, inviato a Mosca dal presidente del Soviet degli Urali, Beloborodov, avente come destinatario, il segretario del consiglio dei commissari del popolo Gorbunov, ebbero l’effetto di cambiare per sempre la storia della Russia, aggiungendo una drammatica pagina di morte e violenza ad un paese già sconvolto dalla spaventosa guerra civile.
Esso recitava testualmente: "Dite Sverdlov famiglia subìto destino del capo. Ufficialmente famiglia morirà in evacuazione". Il testo annunciava drammaticamente lo sterminio dello zar, della moglie Alessandra, dei figli Alessio, Olga, Tatiana, Maria e Anastasia.
Il giorno seguente all'esecuzione, il presidente del comitato centrale del Soviet, Sverdlov, intervenendo dinanzi al comitato centrale, su invito dello stesso Lenin, annunciò: "devo dirvi che abbiamo ricevuto notizia che a Ekaterinburg, per decisione del Soviet regionale, è stato fucilato Nicola II. Voleva fuggire. I cecoslovacchi si avvicinavano. Il presidium del comitato esecutivo centrale panrusso ha deciso di approvare".
La scoperta e l'individuazione dei corpi dei Romanov avvenne sul finire degli anni settanta e resa pubblica solo nel 1989. I loro resti riposano a S. Pietroburgo, nella chiesa di Pietro e Paolo.

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