venerdì 1 febbraio 2013

GLI ESSERI INORGANICI.







GLI ESSERI INORGANICI

Tratto dal libro Il Fuoco Dal Profondo; Dilaoghi tra Carlos Castaneda,Don Juan Matus e Genaro.


Gli stregoni toltechi e gli esseri inorganici che possono manifestarsi tramite l'uso di uno specchio nell'acqua.


Il testo che state per leggere rappresenta una testimonianza diretta approfondita e conoscitiva della questione che riguarda le forme di vita presenti nei reami a noi per ora invisibili,viviamo secondo me come se fossimo dentro un mare,condividiamo questo mare su piu' livelli formati da diversi tipi di materia,noi percepiamo il 5 % in media di quello che esiste,il restante e' ignoto,ma come potremo leggere non per tutti.  




Il giorno seguente chiesi più volte a don Juan di spiegarmi il motivo della nostra frettolosa partenza dalla casa di Genaro. Lui si rifiutò perfino di menzionare l’incidente. E neppure Genaro mi fu di aiuto. Ogni volta che glielo chiedevo, mi strizzava l’occhio facendo un sorrisetto idiota.
Nel pomeriggio don Juan venne nel patio posteriore della casa dove io stavo chiacchierando con i suoi apprendisti. Come se avessero ricevuto un segnale, tutti se ne andarono immediatamente.
Don Juan mi prese per un braccio e cominciammo a camminare sotto il portico. Non disse nulla e per un ò camminammo soltanto, come fossimo sulla pubblica piazza.
A un tratto don Juan smise di camminare e si voltò verso di me. Mi girò intorno una volta, squadrandomi da capo a piedi. Io sapevo che mi stava vedendo. Provai una strana stanchezza, uno sfinimento che non avevo sentito finché i suoi occhi non si erano posati su di me. Prese a parlare all’improvviso.
“Credo che ieri Genaro e io abbiamo sbagliato con te” cominciò “e dico così perché ti sei spaventato troppo entrando nell’ignoto. Genaro ti spinse molto dentro e lì ti accaddero cose stranissime.”
“Quali don Juan?”
“Cose che ora risulterebbero difficili, se non impossibili, da spiegare. Non hai energia in sovrappiù per entrare nell’ignoto e capirne il senso. Quando i nuovi veggenti regolarono l’ordine delle verità della consapevolezza, videro che la prima attenzione consuma tutto il fulgore della consapevolezza dell’uomo e che non lascia libera neanche un’ombra di energia. E’ questo il tuo problema, lo stesso problema di tutti i guerrieri. Così i nuovi veggenti proposero che se i guerrieri avessero voluto penetrare nell’ignoto avrebbero dovuto conservare la propria energia. Ma da dove avrebbero preso l’energia se fosse stata già usata tutta? L’avrebbero presa, dissero i nuovi veggenti, eliminando abitudini non necessarie.”
Smise di parlare e sollecitò le mie domande. Gli chiese che effetto avesse sullo splendore della consapevolezza l’eliminare abitudini superflue.
Rispose che eliminare abitudini distacca la consapevolezza dall’interesse verso di sé e le concede la libertà di concentrarsi su altre cose.
“L’ignoto è eternamente presente,” proseguì “ma rimane fuori della nostra normale portata. L’ignoto è la parte superflua dell’uomo comune. Ed è superflua perché l’uomo comune non ha abbastanza energia libera per comprenderla.
“Poiché hai passato anni interi sulla via del guerriero hai ora sufficiente energia libera per captare l’ignoto ma non abbastanza per capirlo o quantomeno per ricordarlo.”
Mi spiegò che nel posto della roccia piatta io ero entrato molto a fondo nell’ignoto. Ma avendo il vizio dell’esagerazione avevo fatto la cosa peggiore che si potesse fare: mi ero spaventato oltre misura. Così ero uscito dal lato sinistro con la fretta di un’anima dannata, portandomi purtroppo dietro un’orda di strani esseri.
Dissi a don Juan di non menare il can per l’aia, e di dirmi chiaro e tondo cosa volesse dire “Un’orda di strani esseri”.
Scrollò le spalle e continuò a passeggiare con me.
“Spiegando la consapevolezza,” disse “dovrai mettere tutto o quasi al posto giusto. Prima di parlare di questi esseri, parliamo un po’ degli antichi veggenti.”
Mi portò allora nella sala grande. Ci sedemmo e cominciò la sua delucidazione.
“I nuovi veggenti avevano sempre avuto timore della conoscenza accumulata dagli antichi veggenti nel corso del tempo” disse don Juan. “Questo è naturale. I nuovi veggenti sapevano che tale conoscenza porta solo alla distruzione totale. Eppure ne furono sempre affascinati, specialmente nelle loro pratiche.”
“In che modo seppero di queste pratiche i nuovi veggenti?” chiesi.
“Sono l’eredità degli antichi tolte chi” disse. “I nuovi veggenti le apprendono man mano che vanno avanti. Non le usano quasi mai, però le pratiche sono lì, parte della conoscenza in generale.”
“Che pratiche sono don Juan?”
“Sono formule inscrutabili, incantesimi, lunghe procedure che prevedono l’uso di una forza molto particolare ed enigmatica. Almeno era misteriosa per gli antichi tolte chi che la mascherarono e la resero più spaventevole di quanto non sia nella realtà.”
“Che cos’è questa forza misteriosa?” domandai.
“E’ una forza presente in tutto quel che esiste” disse. “Gli antichi veggenti non tentarono mai di investigare il mistero della forza che gli faceva creare le loro pratiche segrete; ‘accettarono con semplicità, come qualcosa di sacro. Però i nuovi veggenti la osservarono da vicino e la chiamarono volontà, la volontà delle emanazioni dell’Aquila, o intento.”
Don Juan continuò a spiegare che gli antichi tolte chi avevano diviso la loro conoscenza segreta in cinque gruppi di due categorie ognuno: la terra e le regioni di tenebra, il fuoco e l’acqua, il sopra e il sotto, il rumore e il silenzio, il mobile e lo stazionario. Secondo lui dovevano esserci state migliaia di tecniche differenti, diventate sempre più complicate col passar del tempo.
“La conoscenza segreta della terra” proseguì “aveva a che vedere con tutto ciò che sta sul terreno. C’erano particolari serie di movimenti, parole, unguenti e pozioni che si applicavano a persone, animali, insetti, alberi, piantine, pietre e tutto il resto.
“Queste furono tecniche che trasformarono gli antichi veggenti in esseri orrendi. Le usavano per conservare o per distruggere qualunque essere animato o cosa inanimata.
“La controparte della terra era conosciuta col nome di regione delle tenebre. Queste pratiche erano di gran lunga le più pericolose. Trattavano con entità prive di vita organica. Creature viventi che sono presenti sulla terra e la abitano insieme a tutti gli esseri organici.
“Senza alcun dubbio una delle scoperte più importanti degli antichi veggenti, almeno per loro, fu che la vita organica non è l’unica forma di vita presente sulla terra.”
Non lo capii completamente. Aspettai che mi chiarisse quello che aveva detto.
“Gli esseri organici non sono le sole creature che hanno vita” disse facendo un’altra pausa, quasi per darmi tempo di valutare le sue affermazioni.
Io risposi con un lungo sproloquio sulla definizione di vita ed essere vivente. Parlai della riproduzione, del metabolismo e della crescita: i processi che distinguono gli organismi viventi dalle cose inanimate.
“Stai attingendo tutto questo solo dall’organico” disse. “Ma questa non è l’unica categoria. Non dovresti basare tutto quello che dici su una categoria sola.”
“Ma come può essere diversamente?” chiesi.
“Per i veggenti, essere vivi vuol dire essere consapevoli” rispose. “Per l’uomo comune, essere consapevole significa essere un organismo. Qui è dove dissentono i veggenti. Per loro, essere consapevoli significa che le emanazioni che creano la consapevolezza sono racchiuse in un ricettacolo.
“Gli esseri organici viventi hanno un bozzolo che racchiude le emanazioni. Però ci sono altre creature, esseri inorganici, i cui ricettacoli al veggente non sembrano bozzoli, tuttavia contengono le emanazioni della consapevolezza e mostrano le caratteristiche di vita che non sono la riproduzione e il metabolismo.”
“Come quali, don Juan?”
“Come le emozioni laceranti, la tristezza, l’allegria, l’ira eccetera eccetera. E che non mi dimentichi la migliore: l’amore; un tipo di amore che l’uomo non riesce neanche a concepire.”
“Dice sul serio, don Juan?” gli chiesi con tutta sincerità.
“Inorganicamente serio” rispose senza alcuna espressione e poi cominciò a ridere.
“Se consideriamo come chiave quel che vedono i veggenti” continuò “la vita è davvero straordinaria.”
“Se quelli sono esseri viventi, perché non si fanno riconoscere dall’uomo?”
“Ma certo che si fanno riconoscere, sempre. E non solo dai veggenti, ma anche dall’uomo comune. Il problema è che tutta la nostra energia utilizzabile è consumata dalla prima attenzione. L’inventario dell’uomo non solo la usa tutta ma indurisce talmente il bozzolo da renderlo rigido. In queste circostanze, non c’è interazione possibile.”
Mi ricordò che nel corso del mio apprendistato presso di lui, avevo avuto una visione diretta degli esseri inorganici, innumerevoli volte. Risposi che mi ero spiegati razionalmente quasi tutti quei casi. Avevo perfino formulato l’ipotesi che i suoi insegnamenti, mediante l’uso delle piante allucinogene, fossero costruiti per forzare gli apprendisti a considerare come norma una interpretazione primitiva del mondo. Gli dissi che non l’avevo chiamata formalmente una interpretazione primitiva ma che in termini antropologici l’avevo definita “una visione del mondo più appropriata per società di cacciatori e raccoglitori di cibarie”.
Don Juan rose finché non gli venne a mancare il fiato.
“Davvero non so se tu sei peggio nel tuo stato di consapevolezza normale o in uno di consapevolezza intensa” disse. “Nel tuo stato normale non sei diffidente, solo razionale sino alla noia. Credo di preferiti quando sei ben dentro al alto sinistro, nonostante tu abbia una tremenda paura di tutto, come t’è successo ieri.”
Prima che io potessi dire niente, dichiarò che stava mettendo ciò che facevano gli antichi veggenti contro le conquiste dei nuovi veggenti, in una sorta di contrappunto con cui cercava di darmi una visione più ampia della consapevolezza.
Continuò a spiegare le pratiche degli antichi veggenti. Disse che un’altra delle loro grandi scoperte aveva a che fare con il gruppo del fuoco e dell’acqua. Avevano scoperto che le fiamme avevano una qualità molto peculiare: potevano trasportare il corpo di un veggente proprio come l’acqua.
Don Juan la definì una scoperta brillante. Io gli feci notare che esistono leggi fondamentali che provano l’impossibilità. Mi chiese di aspettare che avesse spiegato tutto, prima di arrivare a una conclusione. Mi disse che dovevo frenare la mia eccessiva razionalità perché mi colpiva in modo costante quand’ero in stato di consapevolezza intensa. Non si trattava di mie reazioni a influenze esterne, ma di soccombere alle mie stesse trovate.
Andò avanti spiegando che gli antichi tolte chi, benché vedessero sicuramente, non comprendevano ciò che vedevano. Usavano  solo le loro scoperte senza prendersi la briga di porle in relazione a una visione più vasta. Nel caso della categoria del fuoco e dell’acqua, divisero il fuoco in calore e fiamma, e l’acqua bagnato e fluido. Correlarono il calore con il bagnato e le chiamarono proprietà minori. Credevano che le fiamme e il fluido fossero proprietà magiche, superiori, e le usavano come mezzi per trasportare i corpi nel regno della vita inorganica. Tra la loro conoscenza della vita inorganica e le loro pratiche con fuoco e acqua, gli antichi veggenti restarono troppo a lungo intrappolati in un pantano senza uscita.
Don Juan mi assicurò che i nuovi veggenti convenivano che la scoperta di esseri viventi inorganici era davvero straordinaria anche se non esattamente quanto la consideravano gli antichi veggenti. Avere un rapporto diretto con altri con altri tipi di vita aveva dato agli antichi veggenti un falso senso di invulnerabilità che aveva segnato il loro destino.
Gli chiesi di spiegarmi più dettagliatamente le tecniche di fuoco e acqua. Disse di no, asserendo che la conoscenza degli antichi veggenti era tanto intricata quanto inutile e lui l’avrebbe appena delineata.
Poi iniziò a riassumere le pratiche del sotto e del sopra. Il sopra riguardava conoscenze segrete sul vento, la pioggia, i lampi, le nubi, i tuoni, la luce del giorno e il sole. La conoscenza dl sotto aveva a che fare con la nebbia, l’acqua delle sorgenti sotterranee, i pantani, i fulmini, i terremoti, la notte, la luce lunare e la luna.
Il rumore e il silenzio formavano una categoria che riguardava la manipolazione dei suoni e del silenzio. Il mobile e lo stazionario erano pratiche che si occupavano di aspetti misteriosi del movimento dell’immobilità.
Gi chiesi di darmi un esempio di una qualsiasi delle tecniche che aveva delineato. Mi rispose che in tutti gli anni della nostra frequentazione mi aveva dato decine di dimostrazioni. Insistei che ciò aveva per me molto poco valore perché avevo già spiegato razionalmente a me stesso tutto quello che mi era successo.
Non mi rispose. Pareva fosse adirato con me perché gli facevo domande, oppure sembrava teso seriamente a cercare un esempio efficace. Dopo un attimo sorrise e disse che aveva visualizzato l’esempio giusto.
“La tecnica che ho in mente può essere posta in atto in un ruscello non molto profondo. Ce n’è uno vicino alla casa di Genaro.”
“Che cosa devo fare?”
“Dovrai procurarti uno specchio di medie dimensioni.”
La sua richiesta mi sorprese. Gli feci notare che i tolte chi non conoscevano gli specchi.
“Certo che non li conoscevano” ammise sorridendo. “Lo specchio fu aggiunto alla tecnica dal mio benefattore. L’unica cosa di cui avevano bisogno gli antichi veggenti era una superficie che riflettesse la loro immagine.”
Spiegò che la tecnica consisteva nel sommergere una superficie brillante nell’acqua poco profonda di un ruscello. Questa superficie poteva essere un qualsiasi oggetto piatto che avesse la minima capacità di riflettere le immagini.
“Voglio che tu faccia una solida cornice di metallo per uno specchio di medie dimensioni” disse. “Deve essere impermeabile, perciò devi sigillarla con il catrame. Devi farla tu stesso, con le tue mani. Quando l’avrai fatta, portamela e andremo avanti.”
“Cosa accadrà, don Juan?”
“Che c’è, hai già paura? Sei stato tu a chiedermi un esempio dell’antica pratica tolteca. Anch’io chiesi la stessa cosa al mio benefattore. Credo che a un certo punto si chieda tutti lo stesso. Il mio benefattore mi disse che anche lui aveva chiesto una prova. Il suo benefattore, il nagual Elias, gliene diede una. A sua volta il mio benefattore diede la stessa prova a me e ora voglio darla a te.
“Quando il mio benefattore mi diede quell’esempio io non sapevo come facesse. Ora lo so. Un giorno anche tu saprai come funziona questa tecnica, capirai cosa c’è dietro tutto questo.”
Pensai che don Juan volesse che io tornassi a casa mia a Los Angeles per fare la cornice dello specchio. Gli feci notare che mi sarebbe stato impossibile andare a Los Angeles e ricordare il compito, visto che andando a casa avrei cambiato livelli di consapevolezza.
“C’è qualcosa che non va in ciò che hai detto” disse. “Il Messico non è la luna. Possiamo andare a Oaxaca e comprare qualsiasi cosa ti serva.”
Il giorno seguente andammo in città in macchina e io comprai i pezzi per la cornice. La misi insieme io stesso in un’officina meccanica, lasciando un compenso minimo. Don Juan mi disse di metterla nel portabagagli della macchina e non voltò neanche la testa per vederla.
Nel tardo pomeriggio partimmo per tornare alla casa di Genaro e vi arrivammo all’alba. Chiusi la macchina e cercai Genaro. Non c’era. La casa sembrava deserta.
“Perché Genaro ha questa casa?” chiesi a don Juan. “Non vive forse con lei?”
Don Juan non rispose. Mi guardò in modo strano e andò ad accendere il lume a petrolio. Restai solo nella stanza in un’oscurità totale. Sentii una grande stanchezza, che attribuii al viaggio lungo e stressante. Volevo sdraiarmi. Nell’oscurità non potevo vedere dove Genaro avesse messo le stuoie. Ce n’era un mucchio e io andai a sbatterci contro. Capii allora perché Genaro avesse questa casa; si prendeva cura degli apprendisti maschi, Pablito, Nestor e Benigno, che abitavano lì quando erano in stato di consapevolezza normale.
Mi sentii euforico, non ero più stanco. Quando don Juan entrò con il lume gli raccontai quello che era successo. Scrollò le palle e disse che non importava, che non lo avrei ricordato per molto.
Mi chiese di mostrargli lo specchio. Sembrò soddisfatto e notò che, nonostante non fosse pesante, era ben solido. Osservò che avevo usato viti e dadi per unire la cornice di alluminio a un pezzo di lamiera stagnata che avevo usato come retro per uno specchio di 45 cm di lunghezza per 35 cm di larghezza.
“Io feci una cornice di legno, per il mio specchio” disse. “Questa sembra migliore della mia. La mia cornice era molto pesante e fragile nello stesso tempo.
“Lasciami spiegare quel che stiamo per fare” proseguì quando ebbe terminato di ispezionare lo specchio. “O forse dovrei dire quel che stiamo cercando di fare. Tu e io insieme metteremo questo specchio sulla superficie del ruscello, quello lì sull’altro lato della casa. E’ perfetto per i nostri scopi, è sufficientemente largo e poco profondo.
“L’idea è: lasciare che la fluidità dell’acqua eserciti una pressione su di noi e ci trasporti via.”
Prima che potessi fare qualche commento o chiedere qualcosa, mi ricordò che nel passato avevo usato l’acqua di un ruscello molto simile e avevo ottenuto risultati straordinari con la mia percezione. Si riferiva a ciò che io consideravo gli effetti conseguenti alla ingestione di piante allucinogene. Avevo sperimentato varie volte delle distorsioni percettive mentre ero immerso nel canale d’irrigazione dietro la casa che ui possedeva nella parte settentrionale del Messico.
“Serba le tue domande finché non ti avrò spiegato un po’ più di quello che i veggenti sanno sul fulgore della consapevolezza” disse. “Allora capirai, in modo diverso, tutto ciò che stiamo facendo. Però prima andiamo avanti con il nostro procedimento.”
Camminammo fino al ruscello a lui scelse un posto dove i sassi erano lisci e non erano coperti d’acqua. Disse che lì il ruscello era poco profondo, ed era ideale per i nostri scopi.
“Cosa s’aspetta che succeda?” gli chiesi, preso da una forte apprensione.
“Non so. L’unica cosa che posso descriverti è il procedimento. Sosterremo lo specchio con molta attenzione ma anche molto saldamente. Lo collocheremo adagio sulla superficie dell’acqua e lo faremo sommergere. Dopo lo terremo sul fondo. Ho controllato questo posto. Ci sono sedimenti sufficienti per affondare le dita sotto allo specchio e tenerlo ben fermo.”
Mi chiese di accovacciarmi su un sasso liscio, a centro della lente corrente del ruscello. Mi fece tenere lo specchio con tutte e due le mani da due angoli e si accoccolò di fronte a me tenendo lo specchio allo stesso mio modo. Lasciammo che lo specchio andasse a fondo e poi lo afferrammo mettendo le braccia nell’acqua fin quasi ai gomiti.
Mi ordinò di annullare tutti i miei pensieri e guardare fisso la superficie dello specchio. Ripeté parecchie volte che il punto era non pensare a nulla. Guardai fisso allo specchio. La lieve corrente scomponeva appena i riflessi del volto di don Juan e del mio. Dopo qualche minuto di ininterrotta contemplazione mi sembrò che a poco a poco l’immagine del suo viso e del mio si facessero più nitide. Le dimensioni dello specchio crebbero fino ad arrivare almeno a un metro quadro. Sembrava che la corrente si fosse fermata e lo specchio si vedeva così chiaramente come se fosse posato sul pelo dell’acqua. Quel che mi sembrava ancora più strano era la precisione e il nitore delle nostre immagini. Era come se avessero ingrandito la mia faccia non nelle dimensioni ma mettendola meglio a fuoco. Potevo vedere i pori della pelle della fronte.
Don Juan mi sussurrò di non fissare i miei occhi o i suoi, ma di lasciar vagare lo sguardo senza mettere a fuoco nessuna parte delle nostre immagini.
“Guarda con intensità senza fissare!” ordinò ripetutamente, sussurrandomelo all’orecchio.
Feci come diceva, senza soffermarmi a pensare all’apparente contraddizione. In quel momento qualcosa dentro di me era intrappolato in quello specchio e la contraddizione aveva un senso. “E’ davvero possibile guardare intensamente senza fissare” pensai; e nel momento in cui ebbi formulato questo pensiero, un’altra testa apparve accanto a quella di don Juan e alla mia, nella parte inferiore dello specchio, alla mia sinistra.
Tremavo in tutto il corpo. In un bisbiglio, don Juan mi ordinò di calmarmi e di non mostrare paura o sorpresa. Mi ordinò anche di guardare il nuovo venuto intensamente senza fissarlo. Dovetti fare uno sforzo inimmaginabile per non restarmene a bocca aperta e lasciar andare lo specchio. Tremavo da capo a piedi. Con un sussurro don Juan tornò a dirmi di controllarmi. Mi sfiorò la spalla più volte, appena appena.
Molto lentamente ripresi il controllo delle mie paure. Guardai intensamente la terza testa e poco alla volta mi accorsi che non si trattava di una testa umana e nemmeno della testa di un animale. Non era affatto una testa. Era una forma che non aveva movimento interno. Mentre formulavo questo pensiero, mi resi subito conto di non averlo pensato io. E il rendermene conto non era neanche un pensiero. Provai un attimo di terribile ansia e allora qualcosa di incomprensibile mi divenne chiaro. I pensieri erano una voce all’orecchio!
“Sto vedendo!” urlai in inglese, però non si udì alcun suono.
“Sì, stai vedendo!” mi disse all’orecchio la voce, in spagnolo.
Sentii che una irrefrenabile forza mi aveva incastrato e mi incalzava. Non provavo dolore e nemmeno angoscia. Non provavo nulla. Però sapevo, senz’ombra di dubbio perché me lo diceva la voce, che non avrei potuto infrangere la stretta di quella forza mediante un atto di volontà o di fermezza. Sapevo di stare morendo. Sollevai lo sguardo automaticamente, per guardare don Juan e nell’istante in cui i nostri occhi si incontrarono la forza mi lasciò andare. Don Juan mi sorrideva quasi sapesse con esattezza quel che mi stava capitando.
Mi accorsi di essere in piedi. Don Juan teneva lo specchio inclinato per far sgocciolare via l’acqua.
Tornammo a casa camminando in silenzio.
“Gli antichi tolte chi erano semplicemente ipnotizzati dalle proprie scoperte” disse don Juan.
“Non mi meraviglia affatto” dissi.
“Neanche io” rispose don Juan.
La forza che mi aveva avviluppato era stata così poderosa che per ore non fui capace di parlare e nemmeno di pensare. Mi aveva congelato in una totale mancanza volontà.  Mi stavo disgelando molto lentamente.
“Senza alcun deliberato intervento da parte nostra,” proseguì don Juan “questa antica tecnica tolteca è stata divisa in due per te. La prima fu appena sufficiente a farti familiarizzare con quanto stava accadendo. Nella seconda cercheremo di riuscire in quello cui aspiravano gli antichi veggenti.”
“Ma cosa è veramente successo là fuori, don Juan?” domandai.
“Ci sono due versioni. Prima ti racconterò la versione degli antichi veggenti. Essi credevano che la superficie riflettente di un oggetto luccicante immerso nell’acqua amplificasse il potere della fluidità dell’acqua. Quel che erano soliti fare era guardare intensamente in specchi d’acqua e la superficie riflettente sommersa in quell’acqua serviva d’aiuto per accelerare il processo del contemplare. Credevano che i nostri occhi fossero la chiave che apre le porte dell’ignoto; che, fissando l’acqua, gli occhi fossero in grado di aprire la via.”
Don Juan disse che gli antichi veggenti osservavano che il bagnato dell’acqua inumidisce o inzuppa soltanto, mentre la fluidità dell’acqua fa muovere. Essi pensarono che la fluidità corresse in cerca di altri livelli sotto di noi. Credevano che l’acqua non ci fosse stata data solo per la vita ma anche come tramite, via d’accesso ad altri livelli da basso.
“Ci sono molti livelli da basso?” chiesi.
“Gli antichi veggenti ne contarono sette.”
“Li conosce, don Juan?”
“Io sono un veggente del nuovo ciclo e di conseguenza ho una visione diversa” disse. “Ti sto ampiamente dimostrando quel che facevano gli antichi veggenti e ti sto spiegando in cosa credevano.”
Affermò di avere punti di vista differenti, ma questo non invalidava la pratica degli antichi veggenti: essi sbagliavano nelle loro interpretazioni ma le loro verità avevano un valore pratico. Nel caso della pratica dell’acqua, erano convinti che fosse umanamente possibile essere trasportati con tutto il corpo dalla fluidità dell’acqua, a qualsiasi livello tra il nostro e gli altri sette da basso; o essere trasportati in essenza in un qualsiasi luogo al nostro livello, seguendo il corso naturale di un fiume nelle sue due direzioni. Così, essi utilizzavano la corrente dei fiumi per farsi trasportare in essenza a questo nostro livello e le acque dei laghi profondi o delle fonti sorgive per essere trasportati con il corpo a grandi profondità.
“Con la tecnica che ti sto mostrando aspiravano a due cose” continuò. “Da una parte usavano la fluidità dell’acqua per essere trasportati con il corpo al primo livello da basso, e dall’altra la usavano per avere un incontro faccia a faccia con un essere vivente di questo primo livello. La forma di testa che abbiamo visto nello specchio era una di queste creature che cercava di darci un’occhiata.”
“Allora esistono realmente!” esclamai.
“Ma certo, figurati!” rispose.
Disse che gi antichi veggenti furono molto danneggiati dalla assurda insistenza con la quale si attaccavano ai propri procedimenti, ma ciò non voleva dire che ciò che trovavano non fosse valido. Essi scoprirono che la maniera più sicura di incontrare una di queste creature era attraverso uno specchio d’acqua. La dimensione del tratto d’acqua non importava: un oceano o una laguna compivano la stessa funzione. Egli aveva scelto un fiumiciattolo perché non gli piaceva bagnarsi. Avremmo ottenuto gli stessi risultati in un lago o in un grande fiume.
“Queste altre vite cercano di scoprire quel che succede quando chiamano gli esseri umani” proseguì. “La tecnica tolteca è come bussare alla loro porta. Gli antichi veggenti dicevano che la superficie scintillante nel fondo dell’acqua serviva da esca e da finestra. Così che gli esseri umani e queste creature si incontravano in una finestra.”
“Fu quel che accadde a me?” domandai.
“Gli antichi veggenti avrebbero detto che ti aveva attirato il potere dell’acqua e il potere del primo livello, oltre all’influenza magnetica della creatura alla finestra.”
“Ma io sentii una voce che mi diceva all’orecchio che stavo per morire” dissi.
“La voce aveva ragione. Tu stavi morendo, e saresti morto davvero se non ci fossi stato io. E’ questo il pericolo di praticare le tecniche dei tolte chi. Sono estremamente efficaci ma, per la maggior parte dei casi, mortali.”
Gli dissi che mi vergognavo di confessare che ero stato terrorizzato. Vedere quella forma nello specchio e avere la sensazione di una forza avvolgente tutt’intorno a me, era stato troppo davvero, il giorno prima.
“Non voglio allarmarti,” disse “ma non ti è successo ancora niente. Se quel che è successo a me deve essere il punto di riferimento di quanto succederà a te, tanto vale che ti prepari a uno shock mortale. Meglio che tremino le ginocchia ora, anziché morire dallo spavento domani.”
Il panico che mi prese fu tale che non fui neanche in grado di dar fiato alle domande che mi venivano in mente. Mi feci forza per ritrovare la voce. Don Juan rise tanto che cominciò a tossire. Il viso gli si fece viola. Quando recuperai la voce, ognuna delle mie domande provocò un nuovo accesso di risa e di tosse.
“Tu non sai quanto mi sembri buffo tutto questo” disse alla fine. “Non rido di te. E’ solo la situazione. Il mio benefattore mi fece passare le stesse cose e vedendoti non posso fare a meno di vedere me.”
Gli dissi che avevo i crampi allo stomaco. Rispose che andava bene così, che era naturale avere paura e che controllare la paura era un errore madornale. Gli antichi veggenti erano stati intrappolati quando avevano soppresso il terrore mentre sarebbe stato naturale impazzire dallo spavento. Avevano controllato le loro paure invece di cambiare o abbandonare i loro comodi schemi.
“Cosa faremo ancora con lo specchio?” chiesi.
“Lo useremo per un incontro faccia a faccia tra te e la creatura che ieri abbiamo solo intravisto.”
“Che cosa accade in un incontro faccia a faccia?”
“Accade che una forma di vita, la forma umana, si incontra con un’altra forma di vita. Gli antichi veggenti direbbero che, in questo caso, è una creatura del primo livello della fluidità dell’acqua.”
Mi spiegò che gli antichi veggenti supponevano che i sette livelli che esistevano da basso al nostro erano i livelli della fluidità dell’acqua. Per loro una sorgente aveva un’importanza incalcolabile poiché credevano che in un caso così la fluidità dell’acqua si invertisse e andasse dal profondo fino alla superficie. Ritenevano che fosse questo il mezzo attraverso cui le creature degli altri livelli, queste altre forme di vita, venissero a nostro piano a scrutare, ad osservare.
“A questo riguardo gli antichi veggenti non si sbagliavano” proseguì. “Colpirono nel segno. Entità che i nuovi veggenti chiamarono “alleati” appaiono con certezza in vicinanza di pozzi e sorgenti.”
“La creatura nello specchio è un alleato?” domandai.
“Certo, però non uno che si possa utilizzare. La tradizione degli alleati che ti avevo insegnato a conoscere nel passato viene direttamente dagli antichi veggenti. Fecero meraviglie con gli alleati, ma tutto quel che avevano non valse nulla quando si presentarono i veri nemici: i loro simili.”
“Poiché questi esseri sono gli alleati, devono essere molto pericolosi” dissi.
“Pericolosi come noi uomini, non di più, non di meno.”
“Ci possono uccidere?”
“Non direttamente, ma di certo possono farci morire dallo spavento. Hanno energia sufficiente per affacciarsi alla finestra o attraverso confini tra i livelli. Sono sicuro che ormai ti sarai accorto che gli antichi tolte chi non si fermarono solo alla finestra. Escogitarono strane maniere per passare dall’altra parte.”
La seconda fase della tecnica trascorse in modo simile ala prima, tranne che impiegai quasi il doppio per calmarmi e dominare l’agitazione interna. Una volta ottenuto ciò, i riflessi delle immagini di don Juan e mia si fecero più chiari. Li guardai intensamente senza fissarli almeno per un’ora. Aspettavo che l’alleato apparisse di momento in momento ma non accadde nulla. Mi faceva male il collo. Avevo la schiena irrigidita e le gambe addormentate. In un bisbiglio, don Juan mi assicurò che ogni sensazione di disagio sarebbe svanita nell’attimo in cui fosse apparso l’alleato.
Aveva proprio ragione. L’impressione di veder formarsi una bolla sul margine dello specchio scacciò via ogni disagio.
“E ora, che facciamo?” chiesi.
“Non esser così teso e non fissare lo sguardo su niente, nemmeno per un solo istante” rispose. “Osserva tutto ciò che appare nello specchio. Guarda intensamente ma senza fissare.”
Gli obbedii. Osservai tutto quanto era racchiuso dalla cornice dello specchio. Avevo un particolare ronzio nelle orecchie. Don Juan mi disse a bassa voce che avrei dovuto girare gli occhi nel senso delle lancette dell’orologio se mi fossi sentito avvolgere da una forza insolita, ma che in nessuna circostanza avrei dovuto sollevare la testa per guardare lui.
Dopo un attimo mi accorsi che lo specchio non rifletteva solo i nostri volti e la bolla rotonda. La superficie si era oscurata. Erano apparse macchie di intensa luce violetta.
“Attento!” urlò don Juan. “Eccolo che viene!”
Lo strattone si tramutò in una spinta dal basso. Qualcosa stava afferrando lo specchio e non dal bordo estremo della cornice che tenevamo don Juan e io, ma dall’interno del vetro. Era come se la superficie del vetro fosse veramente una finestra e qualcosa o qualcuno si stesse arrampicando per uscirne.
Don Juan e io lottammo con disperazione, sia per tener sott’acqua lo specchio quando veniva sospinto verso l’alto, sia per spingerlo verso l’alto quando cercavano di farlo andar sotto. Adagio, stando sempre curvi, ci spostammo più in basso. Lì il ruscello era più profondo e il fondale coperto di sassi scivolosi.
“Tiriamo fuori lo specchio dall’acqua e liberiamoci dell’alleato” disse don Juan con voce rauca.
La violenta agitazione dell’acqua non accennava a placarsi. Era come se avessimo preso con le mani un pesce gigantesco che stesse facendo folli volteggi.
In fondo, pensai, lo specchio era una botola quadrata. Decisamente una strana forma stava cercando di uscirne, arrampicandosi da basso. Si appoggiava sul bordo della botola con un peso formidabile ed era abbastanza grande per impallare le immagini di don Juan e mia. Riuscivo solo a distinguere una massa che premeva per portarsi su.
Lo specchio era sott’acqua ma non poggiava sul fondo del ruscello. Le mie dita non erano schiacciate contro i ciottoli Lo specchio era a mezz’acqua, tenuto dalle opposte forze nostre e dell’alleato. Don Juan disse che avrebbe allungato le mani sotto lo specchio e io avrei dovuto afferrarle rapidamente per aver così un miglior punto d’appoggio per sollevare lo specchio con gli avambracci. Quando lo lasciò andare, lo specchio s’inclinò verso di lui. Cercai subito le sue mani, ma non c’era nulla lì sotto. Titubai un secondo di troppo e lo specchio mi volò dalle mani.
“Afferralo! Afferralo!” gridò don Juan.
L’agguantai proprio quando stava per fracassarsi contro i sassi. Lo tirai fuori dall’acqua ma non con sufficiente rapidità. L’acqua sembrava gomma. Tirando fuori lo specchio, tirai fuori anche un po’ di una pesante sostanza gommosa che mi strappò lo specchio dalle mani riportandolo nell’acqua.
Mostrando un’agilità straordinaria, don Juan ripescò lo specchio e lo sollevò di lato senza difficoltà.
In vita mia non avevo mai sofferto un simile attacco di malinconia. Era una tristezza che non aveva un fondamento preciso; io l’associavo al ricordo della profondità che avevo visto nello specchio. Era un misto di puro rimpianto per quelle profondità e un orrore assoluto di quella agghiacciante solitudine.
Don Juan commentò che nella vita dei guerrieri era estremamente naturale essere tristi, senza alcun apparente motivo e che, come campo di energia, l’uovo luminoso pre-sente il proprio destino finale ogni volta che si spezzano le barriere del conosciuto. Una sola occhiata all’eternità che resta fuori del bozzolo è sufficiente a infrangere la sicurezza del nostro inventario. In certe occasioni la malinconia risultante è così intensa che può provocare la morte.
Disse che il miglior modo di liberarsi della malinconia è prenderla a ridere. Con tono burlone disse che la mia prima attenzione faceva di tutto per restaurare l’ordine che era stato sconvolto da mio contatto con l’alleato. Poiché non c’era di ristabilirlo con mezzi razionali, la mia prima attenzione lo faceva concentrando tutto il suo potere sulla tristezza.
Gli dissi che secondo me era innegabile che la mia malinconia fosse reale. Abbandonarmici completamente, sentirmi abbattuto, essere taciturno, non facevano parte del senso di solitudine che mi veniva addosso ricordando quelle profondità.
“Alla fine stai imparando qualcosa” disse. “Hai ragione. Non v’è nulla di più solitario dell’eternità. E per noi nulla è più comodo della condizione umana. Questa è di certo un’altra contraddizione: come può l’uomo conservare i vincoli della propria umanità e allo stesso tempo avventurarsi, con gusto e di proposito, nella totale solitudine del’eternità? Quando sarai riuscito a risolvere questo enigma, sarai pronto per il viaggio definitivo.”
Seppi allora con assoluta certezza il motivo della mia malinconia.
C’era in me un sentimento ricorrente, qualcosa che dimenticavo sempre fino a quando non me lo trovavo ancora di fronte: l’insignificanza dell’umanità dinanzi alla immensa grandezza di questa cosa-in-sé che avevo visto riflessa nello specchio.
“Gli esseri umani, a dire il vero, non sono proprio niente, don Juan” dissi.
“So esattamente a cosa stai pensando” fece lui. “Certo, non sono proprio nulla, però che meravigliosa contraddizione! Che sfida! Che dei nulla come noi possano far fronte alla solitudine dell’eternità!”
D’improvviso cambiò argomento, lasciandomi a bocca aperta. Cominciò a parlare del nostro incontro con l’alleato. Disse che, in primo luogo, la lotta con l’alleato non era uno scherzo. Non era stata proprio una questione di vita o di morte, ma neanche una passeggiata.
“Ho scelto questa tecnica,” proseguì “perché me la insegnò il mio benefattore. Quando gli chiesi di darmi un esempio delle tecniche degli antichi veggenti, schiattò quasi dalle risa: la mia domanda gli ricordava tanto la sua stesa esperienza. Il suo benefattore, il nagual Elìas, aveva dato anche a lui una dura dimostrazione della stesa tecnica.”
Don Juan disse che, poiché lui e il suo benefattore avevano usato il legno per fare la cornice dello specchio, avrebbe dovuto chiedermi di fare lo stesso, ma lui avrebbe voluto sapere cosa sarebbe successo se la mia cornice fosse stata più resistente della sua o di quella del suo benefattore. Le loro si erano rotte e, in tutte e due le occasioni, l’alleato era uscito.
Spiegò che nel suo caso l’alleato aveva fatto a pezzi la cornice. Lui e il suo benefattore si erano ritrovati con due legnetti in mano mentre lo specchio andava a fondo e l’alleato ne veniva fuori. Commentò che nel riflesso degli specchi gli alleati non sono così terrificanti perché si vede solo una forma, una specie di bolla. Ma quando sono fuori, oltre a essere orribili a vedersi, sono un vero cataplasma. Mi avvisò che quando gli alleati escono dal proprio livello, gli risulta molo difficile tornarci. Lo stesso accade agli uomini. Se i veggenti si addentrano al livello di queste creature, è possibile che non se ne sappia più nulla.
“Il mio specchio andò in pezzi per la forza del’alleato” disse. “Così la finestra non c’era più, l’alleato non poteva tornare al proprio livello e quindi si buttò su di me. Correva per afferrarmi, roteando come una palla. Fuggii carponi a una velocità inverosimile. Urlando come un demonio salii e scesi per declivi e colline, sembravo un ossesso. Per tutto quel tempo, l’alleato si mantenne a pochi centimetri da me.”
Don Juan disse che il suo benefattore corse dietro a lui e all’alleato ma, essendo avanti con gli anni, non poteva muoversi con sufficiente rapidità. Comunque ebbe il buonsenso di urlare che avrebbe fatto un falò per disfarsi dell’alleato e che don Juan doveva correre in tondo finché tutto non fosse stato pronto. Si mise a raccogliere rami secchi mentre don Juan correva intorno a una collina, pazzo di paura.
Don Juan confessò che, a un dato momento, si rese conto che il suo benefattore, un guerriero capace di sfruttare ogni concepibile situazione, si stava divertendo enormemente a sue spese. Si adirò tanto che l’alleato smise di corrergli dietro e don Juan, furibondo, gli diede del malvagio in faccia. Il benefattore non rispose, però ebbe una smorfia di genuino terrore nel vedere dietro don Juan l’alleato che incombeva su di loro. Visto il pericolo, don Juan dimenticò la sua ira e riprese a correre in tondo.
“A dire il vero, il mio benefattore era un vecchio diabolico” disse don Juan ridendo. “Aveva imparato a ridere di dentro. Non gli si vedeva dal viso, e così poteva fingere di piangere o di infuriarsi quando in realtà stava morendo dal ridere. Quel giorno, mentre l’alleato correva in tondo inseguendomi, il mio benefattore se ne stava braccia conserte a difendersi dalle mie accuse. Ogni volta che passavo correndo davanti a lui, ascoltavo solo frammenti della sua lunga difesa. Quando ebbe finito, cominciò a discutere il sistema per liberarci dell’alleato: bisognava ammucchiare rami secchi in quantità, l’alleato era grande e grosso e il falò doveva essere grande quanto lui, e la manovra avrebbe potuto anche non riuscire.
“Solo la mia paura matta mi teneva in piedi. Quando vide finalmente che ero sul punto di cadere morto di stanchezza, diede fuoco al falò e con le fiamme mi protesse dall’alleato.”
Don Juan disse che rimasero davanti al falò per tutta la notte. Per lui, il peggior momento fu quando il benefattore dovette andar via in cerca di rami secchi e lo lasciò solo. Ebbe tanta paura che promise a Dio di abbandonare la via del guerriero e darsi all’agricoltura.
“Al mattino, quando avevo esaurito tutta l‘energia, l’alleato riuscì a spingermi nel fuoco e riportai gravi ustioni” aggiunse don Juan.
“Che ne fu dell’alleato?” chiesi.
“Il mio benefattore non mi disse mai quel che gli accadde” rispose. “Però sento che continua a vagare senza meta, cercando di trovare la via del ritorno.”
“E la sua promessa fatta a Dio?”
“Il mio benefattore mi disse di non preoccuparmi: c’erano molte altre cose che io non comprendevo ancora. La mia promessa era stata fatta seriamente ma non c’era nessuno ad ascoltare tali promesse perché non c’era un Dio. Tutto quel che c’è sono le emanazioni dell’Aquila, e a loro non c’è modo di fare promesse.”
“Cosa sarebbe successo se l’alleato fosse riuscito ad afferrarla?”
“Forse sarei morto di paura” disse. “Se avessi saputo cosa accade a chi è catturato, avrei lasciato che mi afferrasse. A qui tempi ero un temerario. Una volta che l’alleato ti cattura, o ti fa venire un attacco di cuore e muori di colpo, o lotti con lui. Dopo un attimo di violenta agitazione, l’energia dell’alleato declina. Oltre a spaventarci, gli alleati non possono farci nulla con quella loro imitazione di ferocia; anche noi simuliamo molto. Siamo veramente separati da un abisso.
“Gli antichi veggenti credevano che, nel momento in cui l’energia dell’alleato diminuiva, i suoi poteri passassero all’uomo con il quale stava lottando. Poteri, e che poteri! Agli antichi veggenti gli alleati uscivano dalle orecchie e il potere degli alleati non valeva un cavolo!”
Don Juan spiegò che ancora una volta fu compito dei nuovi veggenti chiarire quest’altra confusione. Scoprirono che l’unica cosa che conta è l’impeccabilità, cioè l’energia che si libera. Era certo che ci fossero, tra gli antichi tolte chi, casi di veggenti che furono salvati dai loro alleati, però questo non aveva nulla a che vedere con il potere degli alleati, ma piuttosto con l’impeccabilità di quei veggenti che avevano permesso loro di usare l’energia di quelle altre forme di vita.
I nuovi veggenti scoprirono qualcosa ancora più importante sugli alleati: ciò che li rende utilizzabili o inutili per l’uomo. Gli alleati inutili, dei quali esiste una quantità straordinaria, sono quelli da emanazioni che non hanno equivalenti negli esseri umani. Sono così diversi da noi che risultano incomprensibili in assoluto. L’altra categoria di alleati, numero assai limitato, è composta da esseri che possiedono emanazioni corrispondenti alle nostre.
“Come utilizza l’uomo questa categoria di alleati?”
“Dovremmo usare un altro lemma invece di “Utilizzare”” rispose lui. “Io direi che quel che accade tra veggenti e alleati di questo tipo è un adeguato interscambio di energia.”
“Come avviene l’interscambio?”
“Attraverso le emanazioni che coincidono” disse. “Naturalmente questa emanazioni appartengono al lato sinistro dell’uomo, il lato che non si usa mai. Per questo motivo gli alleati sono totalmente vietati al mondo della consapevolezza normale, cioè al lato della razionalità”
Disse che le emanazioni che coincidono danno a tutti e due un terreno in comune, Poi, con la familiarità, si stabilisce un legame così profondo da beneficiare tutte e due le forme di vita. I veggenti cercano la qualità eterea degli alleati, possono essere guide e custodi favolosi. Gli alleati cercano la forza dell’ampio campo energetico dell’uomo e con questo riescono perfino a materializzarsi.
Mi assicurò che esperti veggenti manipolano queste emanazioni coincidenti fino a farle unire; in questo momento ha luogo l’interscambio. Gli antichi veggenti non sapevano che esistesse un tale processo e svilupparono complesse tecniche, simili a quella che mi aveva mostrato, per scendere nelle profondità che io avevo visto nello specchio.
“Per aiutarsi nella discesa, “ continuò “gli antichi veggenti avevano una corda di fibra speciale che si legavano alla vita. Aveva un’estremità ammorbidita nella resina che s’inseriva nell’ombelico come un tappo. I veggenti avevano uno o più assistenti che reggevano la corda mentre essi erano assorti nelle loro contemplazioni.”
“Ma arrivarono a scendere con il corpo?” chiesi.
“Gli uomini, in genere, hanno una capacità enorme, specialmente se controllano la consapevolezza” rispose. “Gli antichi veggenti erano meravigliosi. Nelle loro escursioni trovarono meraviglie nelle profondità. Per loro era normale incontrare alleati.
“Sì. Ora sai che dire “le profondità” è usare una metafora. Non c’è nessuna categoria di profondità. L’unica a esistere è l’Aquila con le sue emanazioni. Il segreto è maneggiare la consapevolezza. Eppure gli antichi veggenti non lo capirono mai.”
Dissi a don Juan che, basandomi su quel che lui mi aveva raccontato della sua esperienza con l’alleato e sulla mia personale impressione nel sentire la violenza del’alleato nell’acqua, avevo concluso che gli alleati sono molto aggressivi.
“Neanche tanto” disse. “Non che non abbiano abbastanza energia per essere aggressivi, ma perché hanno un diverso tipo di energia. Sono simili a una corrente elettrica. Gli esseri organici sono come onde caloriche.”
“Perché l’alleato le corse dietro tanto tempo?” domandai.
“Non è affatto un mistero” disse. “Gli alleati sono attratti dalle emozioni. Il terrore animale è quel che li attira di più; libera il tipo di energia che meglio gli si confà. Il terrore animale unifica le emanazioni interiori. Poiché il mio terrore era ininterrotto, l’alleato incominciò a seguirlo o meglio, il mio terrore agganciò l’alleato e non lo fece scatenare.”
Disse che gli antichi veggenti, scoprendo che ciò che piace di più agli alleati è il terrore animale, giunsero all’estremo di fornirgliene intenzionalmente, spaventando a morte la gente. Gli antichi veggenti erano convinti che gli alleati avevano sentimenti umani, ma i nuovi veggenti videro che l’energia liberata dalle emozioni è ciò che attira gli alleati; l’affetto è egualmente efficace, o l’odio o la tristezza o l’allegria.
Don Juan disse che se avesse provato affetto per quel’alleato, questi gli sarebbe corso comunque dietro, ma l’inseguimento avrebbe preso una piega diversa. Gli chiesi cosa sarebbe successo se avesse controllato il suo terrore. L’alleato avrebbe forse smesso di corrergli dietro? Rispose che controllare il terrore era uno degli stratagemmi degli antichi veggenti. Avevano imparato a controllarlo fino a punto di poterlo suddividere. Con il loro terrore personale attiravano gli alleati e distribuendolo in modo graduale, come se si trattasse di cibo, in realtà assoggettavano gli alleati.
“Gli antichi veggenti erano uomini terrificanti” aggiunse don Juan con un sorriso ironico. “Non dovrei usare un tempo passato riferendomi a loro” continuò “perché sono terrificanti ancora oggi. La loro intenzione è dominare, spadroneggiare su tutti e su tutto.”
“Ancora oggi, don Juan?” domandai, cercando di indurlo a ulteriori spiegazioni.
Cambiò argomento, disse che avevo perso l’occasione di provare un terrore animale smisurato. Mi disse che il modo in cui avevo sigillato la cornice dello specchio con il catrame aveva impedito all’acqua di passare oltre il vetro. Secondo lui era stato questo il fattore decisivo che aveva impedito all’alleato di mandare in frantumi lo specchio.
“Che peccato” disse. “In fondo, quell’alleato sarebbe potuto anche riuscirti simpatico. Di certo non era lo stesso che era venuto alla finestra il giorno prima. Il secondo era perfettamente utilizzabile e aveva molte affinità con te.”
“Vero, don Juan, che lei ha degli alleati?” gli domandai.
“Come sai, ho gli alleati del mio benefattore” disse. “Non posso dire di condividere l’affetto che il mio benefattore provava per loro. Lui era uomo sereno ma ricco di passioni, che regalava generosamente tutto quel che poteva, energia inclusa. Amava i suoi alleati. A suo modo di vedere, se gli alleati usavano la sua energia per materializzarsi, ciò non costituiva una perdita o un inconveniente. Ce n’era uno in particolare che riusciva perfino ad assumere grottesche forme umane.”
D’un tratto don Juan cominciò a ridere. E mi assicurò che, visto il non grande affetto da lui nutrito per gli alleati, non mi aveva mai spaventato parlandomi di loro come invece aveva fatto l suo benefattore con lui. Mi raccontò che, mentre era immobilizzato a letto convalescente della ferita al petto, aveva avuto molto tempo per elucubrare e il suo benefattore gli era risultato un vecchietto proprio strano. Essendo appena riuscito a sfuggire faticosamente alle grinfie di un pinche tirano, don Juan temeva di essere caduto in un’altra trappola. Aveva intenzione di aspettare fino a quando non avesse recuperato le forze e poi darsela a gambe quando il vecchio fosse fuori casa. Però il vegliardo dovette leggergli nel pensiero perché un giorno, in tono confidenziale, gli sussurrò di guarire più in fretta possibile in modo che tutti e due potessero sfuggire a un uomo mostruoso che lo aveva catturato e lo teneva in cattività. Tremando di paura e di impotenza, il vecchio gli aveva indicato la porta. La porta s’era spalancata e un uomo orribile, con la faccia da pesce, s’era precipitato nella stanza con macabra furia. Era di color verde grigiastro, aveva un solo enorme occhio senza palpebre ed era tanto alto che passava appena dalla porta. Don Juan mi disse che il suo terrore, la sua sorpresa furono così intensi da farlo svenire e gli ci vollero anni per liberarsi da quell’incantesimo di paura.
“Le sono utili i suoi alleati, don Juan?” chiesi.
“E’ molto difficile a dirsi” rispose. “A modo mio, gli sono affezionato e do loro molto poco mentre essi sono capaci di contraccambiare questo poco con un inconcepibile affetto. Ma anche così per me restano incomprensibili. Mi furono dati per farmi compagnia in caso fossi rimasto solo e abbandonato nell’eternità delle emanazioni dell’Aquila.”

Si ringrazia per l'elaborazione e trascrizione del testo ; Moksha75 sito web: http://connessionecosciente.wordpress.com/

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